Colonia, un Mozart dalla parte delle donne Cecilia Ligorio e l’eterno ritorno di Don Giovanni

La regista rilegge il capolavoro dal punto di vista delle vittime Dirige Netopil, in scena Seth Carico e Adrian Sâmpetrean

A volte ritornano. Anzi… ritornano sempre. Perché il male… Ma poi – piccola, ma necessaria digressione – si tratterà davvero di male? Don Giovanni, quello del mito declinato in tutte le sue varianti, letterarie (Tirso da Molina, Molière, Kierkegaard…) e musicali (Mozart, Strauss…), è davvero il male assoluto? è davvero il maschio da combattere e bruciare sul rogo…? o è lui, piuttosto, che è vittima di un’orda di donne che respingendolo, accusandolo, puntandogli il dito contro, in realtà lo desiderano… «chi disprezza compra» si diceva un volta. Il racconto di Donna Anna, d’altra parte, fa acqua da tutte le parti… Elvira (una zitella di provincia che ha pensato di svoltare davanti a due complimenti buttati lì solo per allungare il catalogo…) spera fino all’ultimo… «L’ultima prova dell’amor mio, ancor vogl’io fre con te…» gli dice mentre lui mangia e beve… furbi Mozart e Da Ponte, chissà che cosa vuole dire Elvira… quale la prova d’amore che vuole fare… e poi Zerlina, Zerlina non disdegna un’avventura extraconiugale il giorno del suo matrimonio… «star sola con un uom, abbandonarmi il dì delle mie nozze…» le rimprovera Masetto, come se l’avesse trovata in atteggiamenti equivoci con il suo testimone al pranzo di nozze… la cronaca è piena di storie tragicomiche del genere… Non ci fanno (tutte) una bella figura… ma come si dice, chi è senza peccato…

Si diceva… A volte ritornano. Anzi… ritornano sempre. Riflessione seria oltre la digressione. Perché il male (che forse poi male non è… almeno nella sua essenza…) è destinato a tornare ciclicamente, senza che se ne sia fatto tesoro… da tutte le parti, dalla parte dei carnefici e da quella delle vittime. Perché le scottature spesso non lasciano traccia… quasi scompaiono. Donna Anna alla fine chiede a Don Ottavio «lascia o caro un anno ancora», perché forse in quell’anno spera di trovare sulla sua strada un altro Don Giovanni. Il fuoco attira sempre. Purtroppo. E il male torna. Ciclicamente e tragicamente – quante volte le cronache raccontano di donne violate, di omicidi perpetrati da uomini nei confronti delle loro compagne? Perché certe questioni (chiamiamole così) non hanno epoca… ci sono oggi, ma c’erano anche ieri, forse non dette, soffocate… per paura, per vergogna… Così Don Giovanni, quello di Wolfgang Amadeus Mozart, come lo racconta all’Oper Köln Cecilia Ligorio, torna. Sempre e comunque. Incarnazione (forse) del male. Lui e tutti gli uomini che deambulano, isterici e schizzati, sulla scena – forzatura, forse, nel dipingere gli uomini della storia come disturbati, disagiati, isterici e da mandare in terapia, rispetto alle donne tutte d’un pezzo (vestite da Vera Pierntoni Giua di blu, rosso, bianco… colori netti, decisi, come i loro caratteri)… un banco e nero che semplifica le cose, ma non racconta tutte le sfumature della vita.

Don Giovanni torna, perennemente. Bello e attraente – come il male, appunto, perché Stana seduce… Si ripresenta, adorato e adulato dal popolo che ha sedotto – uomini e donne, il sesso non importa… bellissima l’immagine finale, quasi dantesca, Don Giovanni a petto nudo, statuario, e sotto una montagna di corpi che si avvinghiano a lui… mentre gli altri, i sopravvissuti, credono di fare la morale… «questo è il fin di chi fa mal…» – pronto a ributtarsi nel gioco tragico e perverso della seduzione… nel gioco della vita. Una maschera da toro in testa (quella che ha messo per nascondersi dalle sue vittime… Giove che si trasforma in toro per sedurre Europa sulla spiaggia di Sidone), per lanciarsi in una corrida dove è vittima e carnefice insieme. Tutti lo sono. Non ci sono vincitori o vinti… buoni o cattivi. Perché «dei perfidi la morte alla vita è sempre ugual». Morale posticcia di una parabola che, come la vita, la morale la tira da sola… senza formule preconfezionate.

Tutto torna sul palco dell’Oper Köln. Saal2 dello Statenhaus, il padiglione che ospita la lirica in riva al Reno nella città tedesca. Torna Don Giovanni. Torna il male (che forse male non è). Tutto torna in un tempo ciclico. Un tempo fori dal tempo, che torna su se stesso. Girando in tondo. Come la scenografia, un dentro e fuori non ben definito, un limbo grigio dove le porte si aprono sul nulla, una terra di nessuno, una landa desolata di un mondo immerso nel buio tra funerali, nozze campestri e festini alla Eyes wide shut. Scenografia che torna, sempre nuova e sempre uguale a se stessa nel perenne roteare del girevole – l’ha disegnata Gregorio Zurla in una prospettiva sghemba, mai simmetrica, che ti lascia sempre inquieto, ti spiazza, non ti lascia tranquillo… anche nell’impatto visivo di pareti di taglio e piccoli cumuli di terra rossa (forse colate di sangue) che pian piano fagocitano lo spazio.

Qui, spazio concreto e allo stesso tempo luogo della mente, vive il Don Giovanni di Cecilia Ligorio che torna a Colonia dopo una riuscitissima Cenerentola di Rossini (spettacolo che l’Oper Köln riprenderà la prossima stagione, wiederaufname il pomeriggio di Natale) in versione musical. Nuova produzione (in autunno andrà a Siviglia) del capolavoro di Mozart affidata alla bacchetta di Tomáš Netopil, in un perenne avanti e indietro tra filologia e Mozart alla vecchi maniera… con il risultato di una lettura (al netto di qualche scollamento e di qualche rincorsa di troppo tra buca, dove c’è la Gürzenich-Orchester, e palcoscenico) corretta, ma dai contorni non così ben definiti della partitura. Non ti prende allo stomaco la lettura di Netopil, non ti tira dentro il vortice degli eventi… non ti appassiona e non ti indigna… come dovrebbe afre una storia del genere e come dovrebbe fare una musica così potente e disarmante.

Ti tira dentro il racconto (anche non trovandoti d’accordo, certo… ma poco importa, a teatro importa la capacità di raccontarti qualcosa e di farti pensare) la regia della Ligorio. Che cala in un presente non ben definito le vicende. In bilico tra la cornice astratta, quasi metafisica della scena (le pareti grigie che ruotano su se stesse, le porte che si aprono sul nulla… il limbo nel quale tutti i personaggi sono relegati…) e alcune immagini concrete, palpitanti (esteticamente molto belle negli squarci di luce con i quali le illumina Andreas Grüter… alcune caravaggesche, altre metafisiche) come il funerale del Commendatore, il matrimonio in agriturismo (tra scale, biciclette e file di lucine) di Masetto e Zerlina, il festino (alla Kubrick, appunto, con movenze e accoppiamenti oltre il genere coreografati da Daisy Ransom Phillips) del finale… Tante idee (alcune già viste, ma che comunque funzionano) per raccontare Don Giovanni dalla parte delle donne… di una Donna Anna che dietro la facciata di signora perbene (in bianco e in blu) nasconde un desiderio represso… un vorrei, ma non posso, di un’Elvira (rosso fuoco) che non nasconde, invece, le sue pulsioni, di una Zerlina (bianca, ma per nulla innocente) che oggi, anche alla sua festa di matrimonio, potrebbe stare sui social a cercare like con pose ammiccanti. Un Don Giovanni (drammaturgia di Svenja Gottsmann) dalla parte delle donne… vittime della violenza del seduttore… anche a costo di forzare la mano, dipingendo gli uomini, appunto, come degli isterici e dei disadattati… Eccesso caricaturale che rischia di ottenere l’effetto opposto. Perché la tragica banalità del male, oggi, è proprio quella della normalità… il bravo ragazzo, il vicino di casa insospettabile, l’uomo che era sempre stato amorevole con la sua donna… eppure…

Eppure… la Ligorio mette in scena la compulsività, l’anaffettività, la sghemba follia della coppia Don Giovanni e Leporello, intercambiabili, simili uno all’altro, che sul palco dell’Oper Köln hanno la voce e la fisicità di Seth Carico e Adrian Sampetrean. Prorompente, tutto istinto (anche quando la voce mostra qualche segno del tempo e la tecnica non sempre riesce a compensare) il Don Giovanni di Seth Carico, fisico che “buca lo schermo”, grande capacità di stare sul palco e di rendere credibile, anche attraverso una distaccata indifferenza, il personaggio. Miusratissimo, rifinito in ogni dettaglio (nulla è lascato al caso) il Leporello di Adrian Sâmpetrean, voce e gesto sempre sulla musica. Mozartiano, avvolgente, giusto nella tragica comicità (o comica tragicità) che imprime al suo personaggio. Isterici e schizzati. Tontoloni, imbambolati, invece, gli altri due maschi della situazione… Don Ottavio, l’uomo più inetto della storia dell’opera, ha la voce educata, ma sempre sul filo del rasoio di Dmitry Ivanchey. Masetto, che vorresti schiaffeggiare per fargli piantare una volta per tute Zerlina, ha la verticalità – di fisico e di voce, comunque mozartiana – di Wolfgang Stefan Schweiger. C’è un altro uomo… il Commendatore (lo canta Christoph Seidl), ma è morto e non si può pretendere vitalità da un cadavere e da statua…

Affilata la Donna Anna di Emily Hindrichs (nelle prime recite in scena un’intensa Kathrin Zukowski), tutta disegnata nel solco della tradizione (le pose, le movenze di lei e del suo Ottavio sono quelle che ci si aspetta ogni volta che si vede un Don Giovanni). Blu. Come la notte che nasconde segreti. Rosso, di passione e di fuoco che brucia dentro, per l’Elvira di una musicalissima Valentina Mastrangelo, che disegna in modo impeccabile il ritratto dell’unica donna che Don Giovanni ha sposato… «mi dichiari tua sposa… è mio marito…» ripete Elvira. Furba quanto basta la Zerlina di una puntuale Maria Koroleva.

Sorpresi come noi nel vedere Don Giovanni che torna. Bello. Seducente. Sorpresi… o forse no. Perché questa (come racconta Mozart) è la vita.

Nelle foto @Sandra Then Don Giovanni all’Oper Köln