Ganci, il mio primo Otello… nel nome del padre

Il tenore romano ha debuttato nell’opera verdiana a Liegi andando in scena a una settimana dalla scomparsa del papà «Ruolo al quale ho detto spesso no: ora è il momento giusto»

Lo sguardo in alto. Tenero e al tempo stesso malinconico. La mano destra sulle labbra. Un attimo, tra un applauso e un sorriso. Un bacio che si perde nella graticcia. L’attraversa. E vola in cielo. «Dove papà è andato qualche giorno prima del mio debutto come Otello». Otello di Giuseppe Verdi. Si incrina per un attimo la voce di Luciano Ganci. Eppure è la stessa che, sicura, ha lanciato il celeberrimo «Esultate!». Giuseppe Verdi la vuole eroica. La voce di Otello. Che il tenore romano interpreta per la prima volta. Debutto qualche giorno fa, a Liegi, all’Opéra Royal de Wallonie – Francesco Lanzillotta sul podio, regia di Allex Aguillera (che trucca Otello, moro in viso, cosa che spiazza e non poco…), accanto la Desdemona di Maria Teresa Leva. «Alla fine della prima ho mandato un bacio verso il cielo. Era il mio modo di dire grazie a papà Antonio. Che ora, ogni volta, sale con me in palcoscenico». Fa un certo effetto vedere Luciano Ganci commosso. Perché il sorriso non manca mai al tenore romano. Nemmeno nei suoi post sui social che raccontano con il giusto distacco ironico la vita di un tenore, ma anche di un marito e di un padre di quattro figli. La vita lo ha messo alla prova, l’addio al padre. Alla vigilia di un passo atteso da tempo. Perché Ganci, classe 1982, debutta solo ora il ruolo verdiano. «Mi ero fissato un’età per farlo. Mi hanno proposto più volte di essere Otello, ma ho sempre detto no».

Adesso, invece, Luciano Ganci, cosa l’ha convinta che era il momento giusto per cantare Otello?

«Sin dall’inizio del mio percorso artistico, al di là di come si sarebbe sviluppato nel tempo, mi ero prefissato delle età minime per debuttare determinati ruoli, perché volevo accumulare esperienza professionale, crescere come artista e come uomo, e darmi il tempo di conoscere la mia voce e farla assestare in modo tale da poter affrontare determinate partiture. Otello è un’opera che mi è stata proposta tante volte, ma avevo ben chiaro in mente che prima di una certa età, quella che ho adesso, non l’avrei debuttata. Farla prima voleva dire affrontarla con meno consapevolezza, meno preparazione e quindi non sarebbe stato come avrei voluto. Quando mi è stata proposta da Liegi  ho pensato che era il momento giusto, l’età giusta e potevo assumermi questa responsabilità e, se vogliamo, questo rischio. L’ho studiato a lungo, per quasi due anni, con tutta calma, senza ascoltare nessun altro collega, ma soltanto leggendo lo spartito e cercando di capire come avrei potuto affrontare ogni passaggio. Non ho voluto fare Otello, ho provato ad essere Otello. Con la mia voce, col mio carattere, con quello che secondo me poteva funzionare nel rispetto di quel che sono sia umanamente che vocalmente e tecnicamente. La prima volta che l’ho cantato davvero da capo a fondo è stato alla prova antegenerale. Non prima. Ho sempre avuto un grande rispetto e quasi soggezione per questo titolo e non mi era possibile cantarlo mentre affrontavo ruoli diversi, mi avrebbe spostato la voce sia per studiare Otello che per cantare le opere che stavo affrontando. Una preparazione molto mentale prima che vocale».

Come è stato portare in scena questo personaggio, complesso e attualissimo?

«Il personaggio è nato direttamente sul palcoscenico, giorno dopo giorno. Durante tutto il periodo delle prove non è passato un solo giorno senza che riprendessi in mano lo spartito per rileggere, approfondire o confermare qualcosa che avevo scoperto durante il lavoro in scena. È un percorso che, in fondo, non finirà mai, ma questa volta ho sentito il bisogno di affrontarlo con una profondità particolare fin dall’inizio. Negli anni ho avuto anche la fortuna di parlare spesso di Otello con direttori d’orchestra, registi, musicisti e colleghi e da ciascuno ho ricevuto uno spunto, un’idea, un punto di vista che mi ha arricchito e che, in qualche modo, è entrato a far parte del mio percorso verso questo ruolo. E più studiavo la partitura, più mi convincevo che Verdi non ha scritto nulla per caso. Ogni indicazione, ogni dinamica, ogni accento hanno un significato preciso. Cercare di comprenderne il perché mi ha fatto innamorare ancora di più di quest’opera e di questo personaggio».

Perché un tenore prima o poi vuole confrontarsi con questo personaggio? In fondo è negativo… oggi sarebbe sulle prime pagine dei giornali per l’omicidio della moglie…

«Se fosse per questo, credo che buona parte dei protagonisti dell’opera finirebbe sulle prime pagine dei giornali. Tra omicidi, avvelenamenti, vendette e tradimenti ci sarebbe da svuotare metà dei teatri. Mi immagino già il titolo: Retata all’Opera di Liegi. Arrestato Otello per uxoricidio e circa 1200 spettatori denunciati per concorso morale, avendo applaudito con entusiasmo l’infame gesto. Al di là della battuta, per me la bellezza di Otello sta nel fatto che è uno dei ruoli più teatrali che vocali dell’intero repertorio. Ha tutto. Richiede forza, lirismo, eroismo, dolcezza, fragilità, disperazione. Ti costringe a mettere in campo ogni colore della voce e ogni sfumatura dell’interprete. Penso a Otello come a una delle raffigurazioni presenti nella basilica di San Pietro che sembrano affreschi ed invece sono mosaici. Così Otello, sembra monolitico, ma in realtà è composto da innumerevoli tesserine che lo rendono vulnerabile tanto che basta il soffio di un fazzoletto per farlo crollare del tutto. Detto questo io non avevo alcuna fretta di debuttarlo. Non era il ruolo dei miei sogni. Avevo lo spartito in casa da anni e non l’avevo mai aperto».

Ma ha ceduto anche lei…

«L’ho studiato soltanto quando ho avvertito che era arrivato davvero il momento di affrontarlo. Per molto tempo avevo sempre sentito dire che Otello fosse un ruolo destinato a voci molto scure e, sinceramente, non mi sentivo adatto. Così, scherzando, mi sono detto che avrei semplicemente proposto la mia interpretazione di Otello. Non un Nemorino, magari un Cavaradossi a Cipro. Forse un tenore sente il desiderio di confrontarsi con questo personaggio perché è uno dei ruoli più importanti del nostro repertorio, ma soprattutto perché pretende una maturità vocale, tecnica e umana fuori dal comune. Serve una tavolozza di colori vocali ed emotivi enorme. Io ci ho messo diciassette anni di carriera per costruirne una buona parte e sono certo che continuerò a scoprirne altri con il tempo. Un ruolo che richiede anche una notevole estensione, dal si naturale sotto il rigo fino al do, ma la vera sfida è renderlo vivo, autentico, senza cadere nella banalità. Otello, come tutti i ruoli che affronto, non si canta, si vive».

Gli ultimi giorni di prove sono stati segnati dalla scomparsa di suo padre. Lei però la sera della prima era sul palco. Dove ha trovato la forza?

«Mio padre, Antonio, ci ha lasciati improvvisamente la mattina della prima prova d’assieme di Otello a Liegi. Mi hanno telefonato e sono partito immediatamente per Roma. È stato un colpo durissimo. In momenti come questi ti rendi conto di quanto sia difficile fare il nostro mestiere. Per quanto il pubblico possa comprendere il tuo dolore, sei comunque chiamato a salire sul palcoscenico e a dare il meglio di te. Lo devi a chi ha comprato un biglietto, a chi ti ha dato fiducia, ai colleghi che lavorano con te e anche ai sacrifici che questo lavoro richiede. Papà era una persona splendida nella sua infinita mitezza. Scherzo sempre dicendo che da lui ho preso soltanto l’amore per la musica e il cognome, perché dal punto di vista del carattere eravamo molto diversi. Mio padre era una persona, anzi è, perché continua a essere con me, di una fede semplice ma incrollabile. La notte in cui sono arrivato a Roma ho dormito accanto a lui e gli ho parlato a lungo. In realtà continuo a parlargli ancora oggi. Quando lo abbiamo accompagnato al cimitero ero combattuto. Mi chiedevo se fosse giusto tornare a Liegi per affrontare un debutto così importante oppure cancellare tutto. A un certo punto ho alzato gli occhi e, due loculi sopra il suo, era tumulato un uomo che si chiamava… Otello. Sono rimasto senza parole. La stessa cosa è successa altre due volte nel cimitero. Io l’ho vissuta come una sorta di segno, come se papà mi stesse dicendo di andare avanti. E poi ho pensato anche che, se sei romano e ti chiami Otello, probabilmente al Cimitero Flaminio hai parecchia compagnia… perdonatemi la battuta, ma in quei giorni riuscire a sorridere era prezioso ed è la mia arma per tenere su la maschera. Così sono tornato a Liegi con papà nel cuore e nella voce, ma anche con un dolore immenso. Sono arrivato in tempo per la prova antegenerale e poi per le recite. Non è stato facile, ma sono convinto che lui non sarebbe mai stato felice se avessi rinunciato a un debutto così importante. Alla fine della prima gli ho mandato un bacio verso il cielo. Era il mio modo di dirgli grazie. Quel debutto l’ho dedicato a lui, perché in fondo è stato anche il suo primo debutto d’opera. E da quel giorno papà sale sul palcoscenico con me, ogni volta».

Cosa ha rappresentato il suo papà nella sua vita, di uomo, ma anche di artista?

«Mio padre è stato il sole gentile della mia vita. Una presenza discreta, un sostegno delicato, proprio come quel sole che illumina senza mai accecare. Amava profondamente la musica. Cantava nel coro della parrocchia e, pur avendo dentro tutte le preoccupazioni che un padre può avere per un figlio che sceglie un mestiere così incerto, non ha mai cercato di influenzare le mie decisioni. Non mi ha mai detto di andare avanti o di fermarmi. Mi ha semplicemente lasciato libero di seguire la mia strada e con lui mamma. Credo, però, che il più grande insegnamento che mi abbia lasciato sia un altro: non è il mestiere che fai a renderti felice, ma l’amore con cui lo fai. Papà lavorava come barista alla stazione Ostiense e non credo di avere mai conosciuto una persona più felice di andare al lavoro. Lo faceva con entusiasmo, con dignità e con il sorriso, ogni singolo giorno. Questa è una lezione che porto sempre con me. Che tu faccia il barista, il medico, il dirigente, il falegname o il cantante, se ami davvero quello che fai sei una persona fortunata. E poi, a pensarci bene, anche il suo era un mestiere artistico. Il bancone di un bar è un piccolo palcoscenico: ogni giorno entrano persone diverse, ciascuna con la propria storia, e lui aveva il dono di accoglierle tutte. Mi ha raccontato tantissimi episodi, alcuni divertentissimi, altri profondamente umani. Oggi mi accorgo che, senza saperlo, stava interpretando un ruolo anche lui. Mi manca e mi mancherà sempre. Ma se penso a lui, il primo sentimento che provo non è la tristezza, ma la gratitudine per aver avuto accanto una persona così buona. Il suo compleanno, il 13 giugno, è coinciso con il giorno del funerale. La chiesa era piena, gremita di persone che gli volevano bene. Ma la cosa che mi ha colpito più di tutte non è stata la quantità delle persone presenti. È stato vedere una comunità intera pregare, cantare e accompagnarlo con un affetto autentico. Papà era così. Una persona gentile, di quelle che oggi si incontrano sempre più raramente. Sempre con il sorriso e capace di entrare nel cuore delle persone senza fare rumore. E forse questa è la forma più bella di grandezza che un uomo possa lasciare dietro di sé».

@Fabrizio Sansoni

Famiglia non di musicisti, ma la musica è entrata da subito nella sua vita. Come l’ha orientata?

«Credo che la musica sia nata con me. E la vita, anche quando cercavo di percorrere altre strade o di tenerla un po’ in disparte, ha sempre trovato il modo di riportarmi lì. Come se, con molta pazienza, mi ricordasse quale fosse la mia strada, anche mentre lavoravo come ingegnere. In famiglia non c’erano musicisti di professione, ma la musica era una presenza costante. Mamma e papà cantavano nel coro della parrocchia e noi tre figli li accompagnavamo alle prove. Per me il momento più bello arrivava alla fine. Aspettavo con impazienza che tutto finisse e chiedevo a papà di domandare all’organista se potessi sedermi qualche minuto davanti a quell’organo che mi affascinava così tanto. Passavo quei minuti a scoprire quel suono straordinario, che ancora oggi considero uno dei più belli che esistano. È stato probabilmente lì che è nato tutto, senza che nessuno se ne rendesse davvero conto. La cosa più bella è che i miei genitori non mi hanno mai fatto pressione. Non hanno mai cercato di decidere al posto mio, forse perché essendo il terzo figlio li ho presi sulla stanchezza. Hanno semplicemente lasciato che la mia piccola pianta crescesse con i suoi tempi, senza creare aspettative e, quindi, senza generare delusioni o illusioni. Credo che sia stato un grande regalo. Il resto è venuto da sé. Una cosa ha portato all’altra e, con naturalezza, mi sono ritrovato a percorrere una strada che mi ha portato dalla parrocchia di San Benedetto al Gazometro ai grandi teatri. Posso davvero dire di aver fatto tutta la gavetta e oggi guardandomi indietro penso che non avrei voluto un percorso diverso. Lungo, difficilissimo, ma incredibilmente bello».

Anche sua moglie è musicista. Quattro figli, per ora… Cosa rappresenta per lei la famiglia?

«Come per ora? Ma che siamo matti? Quattro gioielli, quattro piccoli gentiluomini, ma anche basta altrimenti oltre ad Otello devo cantare contemporaneamente anche Jago per mantenerli! La famiglia è il fondamento di tutto e mia moglie Giorgia il motore di tutto. In realtà è lei il tenore in casa. La famiglia è il fuoco della mia vita, la mia stabilità, quell’oasi lontano da tutto, certo non di relax, dove si vive la vera vita e dove si coltiva l’amore in tutte le sue forme».

Ai vostri figli date anche un’educazione musicale?

«Sono sempre più convinto che i figli non si crescano con le parole o con i sermoni, ma con l’esempio. Non voglio imporre loro nulla, ma metterli nelle condizioni di poter scoprire e coltivare ciò che davvero li rappresenta. In casa vivono la musica ogni giorno, sentono me e mia moglie studiare, la respirano naturalmente, senza che diventi mai un obbligo. Vedono l’impegno, ma anche il divertimento nel farla. Se un giorno vorranno studiarla, sarò felice di accompagnarli e di dar loro tutti gli strumenti possibili per farlo nel modo migliore. Ma senza alcuna pressione. Devono poter scegliere la loro strada liberamente, anche se dovesse essere completamente diversa dalla nostra. Certo, non nascondo che mi piacerebbe se la musica entrasse nel loro percorso di vita, anche perché il modo in cui viene insegnata oggi nelle scuole è spesso insufficiente. E questo è un peccato, perché saper leggere e fare musica è come imparare una lingua nuova. Anzi, la più profonda, quella che parla direttamente all’anima e viene dall’anima».

Tanto Verdi, a breve torna casa e canta Aida a Roma, al Circo Massimo… impegno a km zero dato che Roma è la sua città.

«Per me cantare a Roma è sempre qualcosa di speciale, ma anche più faticoso rispetto a qualsiasi altro luogo. Fuori casa, dopo le prove, sono relativamente libero; a Roma invece, quando finisco le prove, è il momento in cui inizia davvero il lavoro. Ha un sapore particolare cantare Radamès al Circo Massimo, perché è un luogo che fa parte della mia vita prima ancora che della mia carriera. Da bambino ci andavo spesso con mio fratello e gli amici a giocare a pallone, a due fermate di tram da casa, a Piramide… tutto torna, sono l’unico Radamès nato a Piramide. Battuta a parte, ricordo che le partite finivano sempre per gli stessi motivi, o faceva buio, oppure arrivava qualche cane che decideva di unirsi al gioco e puntualmente bucava il pallone. Sono immagini che oggi sembrano appartenere a un’altra vita. Eppure è lo stesso spazio in cui oggi mi trovo a cantare Verdi. E questa cosa, ogni volta, mi sorprende».

@Fabrizio Sansoni

A proposito di Roma, lei ha mosso i suoi primi passi musicali nella Cappella Sistina. Le capita di cantare ancora in qualche celebrazione liturgica?

«No, oggi non mi capita più di cantare nelle celebrazioni liturgiche, anche perché non me lo chiedono ed il tempo è poco. Quando entro in chiesa cerco il più possibile di partecipare alla funzione attraverso la preghiera. Anche alle esequie di mio padre non sono riuscito a cantare, nonostante avessi pensato di intonare un brano che a lui piaceva molto. In quel momento non ce l’ho fatta».

Che importanza ha la musica sacra?

«Per me la musica sacra deve essere, prima di tutto, preghiera. Deve nascere dallo stesso spirito della liturgia e accompagnarla, non sovrapporsi ad essa. Accompagnando mio figlio a catechismo ho avuto la sensazione che, in alcuni contesti, ci sia oggi una certa difficoltà nel trovare un equilibrio tra tradizione e contemporaneità. L’intento di rendere la liturgia più accessibile è comprensibile, ma a volte il risultato rischia di allontanarsi dallo spirito originario della preghiera. Non credo si tratti di tornare necessariamente al gregoriano, ma di ricordare che la musica, quando entra nello spazio sacro, dovrebbe sempre aiutare il silenzio interiore e la concentrazione. In fondo, però, la cosa più importante per me è un’altra: la musica sacra è fondamentale, ma in un certo senso tutta la musica è sacra, nel significato più alto e più umano del termine».

Estate anche con Puccini e Madama Butterfly a Torre del Lago. Ma ci sono momenti di respiro o occorre non perdere occasioni per costruirsi una carriera?

«Se cerco su Google la parola riposo temo che la risposta sia: stavi forse cercando vai a lavorare? Scherzi a parte, è vero che esistono e devono esistere momenti di recupero, ma ho notato una cosa piuttosto curiosa nel nostro mestiere: tutti desiderano il riposo, poi dopo pochi giorni di pausa iniziano a sentire una forte voglia di tornare sul palco. Quando ami davvero quello che fai, non lo percepisci come un peso. Al contrario, ogni giorno è diverso dall’altro, si incontrano persone straordinarie, si vivono situazioni uniche. E questo, alla fine, è una grande fortuna. L’unico vero peso, se così si può chiamare, è la distanza dalla famiglia. Quello sì, si sente e tanto. Detto questo, i momenti di respiro esistono, ma spesso coincidono comunque con periodi di studio o di preparazione. Anche il riposo, per noi, raramente è davvero inattivo. Essere al servizio del bello, però, resta qualcosa che considero un privilegio assoluto».

Otello è un traguardo enorme per un tenore… quali i suoi prossimi traguardi, i suoi prossimi obiettivi?

Così dicono tutti, è un traguardo enorme. La cosa che mi ha colpito di questo ruolo e di quest’opera, però, è che personalmente non mi dà particolari preoccupazioni. Forse l’ho affrontato nel modo giusto, non lo so. Non mi preoccupo troppo del futuro, sinceramente. Ho una visione piuttosto semplice del nostro mestiere: il cantante lavora per il come, l’agente lavora per il dove, la vita decide il quando. Il mio obiettivo è continuare su questa strada, mantenendo il livello raggiunto e cercando di migliorarlo, perché questo lavoro è un po’ come nuotare controcorrente: se ti fermi arretri, se nuoti bene resti a galla, se spingi davvero vai avanti. Per me è importante continuare a conoscere la mia voce, il mio corpo, e trovare sempre nuove soluzioni espressive, cercando di cantare con la massima naturalezza possibile. E, forse più di tutto, non perdere mai il piacere di farlo».

Nelle foto @Jonathan Berger Luciano Ganci in Otello all’Opéra Royal de Wallonie di Liegi