Al Comunale di Bologna in scena in prima assoluta Olympia scritta dal compositore ispirandosi ai Racconti di Hoffmann
Secondi che sembrano secoli. Perché in pochi istanti si condensano conquiste di decenni. Chat Gpt, ad esempio. Basta un clic e tutto il sapere ci riassume in una paginetta. E tutto è avvenuto in un soffio. «Tanto che quando ci siamo messi al lavoro per Olympia Chat Gpt non era stata ancora rilasciata». Nicola Campogrande racconta l’amore ai tempi dell’intelligenza artificiale. E lo fa con un’opera lirica. Olympia, che debutta in prima assoluta al Teatro Comunale Nouveau (la sede fieristica della fondazione lirica mentre la sala storica di piazza Verdi è in ristrutturazione) il 15 maggio. Riccardo Frizza sul podio, regia di Tommaso Franchin, protagonista Isidora Moles. «Uno sguardo allo Spallanzani dei Racconti di Hoffmann e alla sua Olympia, la bambola meccanica che nella nostra opera, mia e del librettista Piero Bodrato, comincia a riflettere sulla propria identità e sui confini tra umano e macchina» racconta il compositore torinese, classe 1969, formazione tra Milano e Parigi, oggi compositore in residenza a Bologna. «Tre anni fa l’allora sovrintendente Fulvio Macciardi mi ha commissionato una nuova opera. E ho pensato di lavorare sul tema delle tecnologie senzienti e dell’intelligenza artificiale. E visto come la tecnologia si è evoluta in poco tempo oggi ci troviamo a portare in scena una storia di scottante attualità».
Perché, Nicola Campogrande, un’opera sull’intelligenza artificiale? Come è nata la commissione. E come l’idea di Olympia?
«Dopo aver fatto eseguire a Bologna il mio Decisamente allegro – che aveva sentito nell’interpretazione di Riccardo Chailly con la Filarmonica della Scala – il sovrintendente e direttore artistico del Teatro Comunale, Fulvio Macciardi, mi ha proposto di assumere le funzioni di compositore residente, chiedendomi di scrivere un’opera per il Comunale Nouveau. Il pensiero, visto anche il contesto del Comunale Nouveau, ideale per temi come quelli che raccontiamo, è andato subito all’intelligenza artificiale. Perché la cosa più bella che si possa fare è scrivere opere che portino in palcoscenico il nostro tempo, cercando dietro la cronaca i pensieri, magari gli errori che stanno plasmando il futuro. E cantarli».
Come raccontare in musica un tema con il quale quotidianamente abbiamo a che fare?
«Nel mio mestiere di compositore ho sempre a che fare con l’attualità. Non potrebbe essere altrimenti. Ho alle spalle una strepitosa tradizione, che per quanto riguarda l’opera lirica comincia nel 1607, quando Monteverdì compose l’Orfeo, ma ho in tasca uno smartphone, partecipo a riunioni online, faccio acquisti su Amazon. E di conseguenza la mia musica è figlia del mio tempo. Dunque la scrivo seduto al pianoforte, prima di copiarla con un software di scrittura e questo mi tiene in contatto con la Storia della musica. Ma sono qui ora, adesso e provo a leggere artisticamente la realtà esattamente come fanno gli scrittori, i registi cinematografici, gli artisti visivi…»
Che ruolo ha l’arte in generale, e la musica in questo caso, nel raccontare usi e costumi, vizi e virtù della società?
«La musica non è un linguaggio referenziale. Può suggerire, alludere, farsi aiutare da un testo per raccontare qualcosa, ma la sua bellezza risiede nel toccare corde che non si potrebbero far vibrare in altro modo. Succederà anche con Olympia . Chi l’ascolterà si troverà a pensare, a vivere gli stati d’animo che oggi circondano l’intelligenza artificiale in maniera diversa, condividendo eccitazione, divertimento, brividi, paura, insieme a una platea che sta vivendo le stesse emozioni in quello stesso momento, accanto a lui. Non è poco».
Il riferimento a Hoffmann dice che AI e robotica sono questioni non solo di oggi… eppure la gran parte della gente se ne accorge solo ora che sembra impossibile fare a meno di Chat Gpt…
«I racconti ottocenteschi di Hoffmann per il librettista Piero Bodrato e per me sono stati solo un lontano pretesto, uno spunto iniziale, perché Olympia racconta una storia d’amore all’epoca dell’intelligenza artificiale. Ma l’idea di costruire automi, robot, macchine, o di dare vita a creature come Frankenstein, è certamente molto antica. Per un’ampia fetta della società, però, in effetti quel pensiero è rimasto “sotto traccia”, nascosto, e solo l’accelerazione degli ultimi tre anni l’ha portato alla luce».
Come interpreta il suo ruolo di compositore?
«Sono un fornitore di musica al quale teatri, orchestre, talvolta direttamente gli interpreti si rivolgono per avere sui leggii qualcosa di nuovo che faccia ascoltare il presente, trasformandolo in un’esperienza estetica. Esattamente come è avvenuto negli ultimi secoli. Mi rendo conto che suona presuntuoso, e me ne scuso. Ma se oggi vogliamo capire come si viveva nel primo Settecento non c’è niente di meglio che ascoltare Vivaldi e se ci chiediamo come poteva funzionare la mente di un uomo dell’Ottocento basta che digitiamo Brahms su Spotify. Questo fanno i compositori, producono bellezza mentre raccontano il mondo».
Oggi quali le strade che la musica contemporanea deve percorrere per parlare al pubblico?
«Per circa un secolo, dall’inizio del Novecento, la maggioranza dei compositori ha sviluppato una serie di linguaggi ermetici, impenetrabili. Oggi, per fortuna, possiamo lasciarci quell’esperienza alle spalle e – conclude Campogrande – tornare a inventare musica che faccia vivere il presente usando la lingua della bellezza, dell’emozione, della gioia, della malinconia, dello stupore».
Nella foto @Clarissa Lapolla Nicola Campogrande