Romeo Castellucci firma la sua prima regia lirica alla Scala rileggendo con il suo stile il Pelléas et Mélisande di Debussy «Spiritualità e arte si pongono le stesse domande sulla vita»
La nebbia che avvolge. Che sfuma i contorni delle cose. E dei pensieri. «Perché Pelléas et Mélisande è un’opera imprendibile. Per definizione». Romeo Castellucci coltiva il dubbio. «Lo faccio sempre quando metto in scena un testo». Lo fa anche ora che arriva per la prima volta al Teatro alla Scala. Con il Pelléas et Mélisande di Claude Debussy. Regia, scene, costumi e luci dell’artista romagnolo. La prima il 22 aprile. Sul podio Maxime Pascal, chiamato dopo la rinuncia di Daniele Gatti (arrivata dopo la mancata nomina a direttore musicale) con il quale era nato il progetto – e la locandina è tutta di interpreti cari al direttore d’orchestra milanese, Mélisande è Sara Blanch, Pelléas Bernard Richter, Geneviève Marie-Nicole Lemieux, Arkel John Relyea e Golaud Simon Keenlyside. Personaggi che fluttuano. Che si possono rincorrere, ma mai catturare nella loro essenza. « Perché Pelléas et Mélisande – dice Castellucci – non è un’opera sulla quale ci si può chiedere cosa pensassero gli autori mentre la scrivevano. E non si può nemmeno dire cosa hanno voluto raccontare Claude Debussy e il suo librettista Maurice Maeterlinck».
Come legge, allora, Pelléas, Romeo Castellucci?
«Non ci può essere un’interpretazione univoca di questa che ha l’apparenza di una fiaba. E così, avvicinandomi a questo testo ho deciso di lasciare l’interpretazione aperta. La potenza unica di quest’opera è il non detto e bisogna assecondare questo. Accoglierlo e restituirlo al pubblico. Nel tempo si sono fatte interpretazioni politiche, ma le ho sempre trovate fuorvianti. La forza e la bellezza di quest’opera è il suo essere imprendibile. Al pubblico voglio consegnare questo».
Come racconta quella che in superficie potrebbe sembrare una storia di quelle che ci raccontavano da piccoli?
«Maeterlinck lavora su una fiaba medievale. E per un po’, nel corso del libretto, ce la racconta così, una fiaba, appunto. Poi nella seconda parte vira verso una scrittura che ha la forza della tragedia greca, dove colpa e redenzione si confondono. Questo genio di Maeterlinck è stato colto appieno da Debussy che lo ha tradotto in musica. La musica coglie la parola nel suo significato e nella sua musicalità e così l’opera diventa un unico oggetto con un’aderenza straordinaria tra parole e note. Le parole sconfinano nel parlato, più che cantate sono dette. La musica le avvolge. Teatro musicale».
E lei per leggere e immaginare il suo Pelléas et Mélisande da dove è partito? Dalla musica o dalle parole?
«Ho scelto un approccio poetico, quello di dire e non dire allo stesso tempo. Evito di spiegare, di illustrare quello che penso dell’opera e quello che gli autori pensavano scrivendola. Cerco di rimandare il significato per lasciare allo spettatore la riflessione. Un approccio che percorre tutto il mio teatro».

Nella foto @Monika Rittershaus Pelléas et Mélisande al Teatro alla Scala
Uno stile inconfondibile, tutto suo in quanto firma regia, scene, costumi e luci. Come lo adatta ogni volta ai diversi testi che affronta?
«Non invento nulla. Non so da dove vengano le immagini che metto in scena. Faccio un lavoro di montaggio, unisco due oggetti per crearne un terzo. Un lavoro che resta sospeso e che lo spettatore è chiamato a finire».
Dalla Societas Raffaello Sanzio, la compagnia che ha fondato nel 1981 nella sua Cesena, al Teatro alla Scala, che percorso è stato? E come vive questo debutto?
«È la prima volta che un teatro italiano mi commissiona un lavoro. Gli altri miei spettacoli arrivati in Italia erano riprese di allestimenti nati all’estero. E la mia carriera è iniziata all’estero e poi è decollata anche in Italia. Non recrimino nulla, intendiamoci, ma prendo atto che è stato così. Il teatro. La musica. Mi sono formato su Richard Wagner imparando a lavorare sempre sul suono. Lo faccio sempre. La prima opera che ho messo in scena è stato Il combattimento di Tancredi e Clorinda di Claudio Monteverdi. Poi un Parsifal a La Monnaie di Bruxelles dove nel 2023 ho anche iniziato un Ring wagneriano che per ora si è interrotto, ma che voglio portare a termine. La Scala è un luogo di fantasmi e di presenze che ancora oggi si avvertono, diri si toccano camminando tra palcoscenico e platea».
Frequenta i teatri?
«Non sono mai stato qui alla Scala come spettatore, ma in generale non sono spesso spettatore nella mia vita. Lo faccio solo quando lavoro ai festival, nei periodi di residenza quando ho il tempo, insieme al lavoro, di andare a vedere gli spettacoli dei colleghi in cartellone con me».
Cos’è per lei il teatro?
«Posso dire che non lo so ancora. È un luogo che non conosco, nonostante lo frequenti da sempre, un luogo ignoto».
Quanto di estremo ci deve essere una rappresentazione? Quanto conta la provocazione?
«Preferisco usare il termine scandalo, nel senso greco di pietra d’inciampo. L’arte deve sempre lasciare un segno, essere un pungiglione, instillare una goccia di veleno. L’arte non è conferma, non è abitudine, non è consolazione di sapere ciò che già sappiamo. E questa esperienza dell’arte è quella che voglio fare anche come spettatore, come fruitore. Non solo a teatro, ma anche quando leggo un libro, vedo un film, vado a una mostra. Capire è una trappola perché impedisce un cammino di conoscenza. Quando capisco tutto resto profondamente deluso».
E cos’è la spiritualità?
«L’arte è profondamente vicina all’esperienza religiosa perché entrambe partono dal porsi le stesse domande sull’uomo e sull’esistenza. La fede, per chi ce l’ha, cerca di dare risposte. L’arte, invece rilancia le domande, non ha il compito di dare una speranza, cosa che la fede, invece, deve fare. La spiritualità fa parte della mia educazione, la cultura cattolica è quella nella quale sono cresciuto, nella quale mi sono formato e che mi ha portato verso la storia dell’arte. Per me è un elemento incancellabile, e come dice Simone Weil non ha senso cambiare, occorre accettare la religione nella quale si è cresciuti e abbracciarne anche le contraddizioni».

Nella foto @Monika Rittershaus Pelléas et Mélisande al Teatro alla Scala
Come vive le contestazioni?
«A livello umano mi dispiace se qualcuno sta male o si sente offeso da quello che faccio. Come artista, però, non posso autocensurarmi. Anche il rifiuto è una scelta da accettare. Oggi il verbo guardare è un verbo da ripensare. Cosa significa oggi guardare? È veramente un atto innocente? Per me no. Guardare quello che avviene nel mondo non ha nulla di innocente».
Attraverso quali testi, poetici e musicali, vuole guardare il mondo?
«Quest’estate al Festival di Salisburgo metto in scena il San François d’Assise di Olivier Messiaen. San Francesco è un uomo di una radicalità estrema, rompe gli schemi per inaugurare un modo nuovo di vedere il mondo, la società e la religione. Scopre il corpo e da questa scoperta derivano l’Umanesimo, il Rinascimento, la storia della prospettiva e tutto quello che ne è conseguito. Partirò da qui, dal mettere l’esperienza umana come valore centrale nello spazio-tempo. Messiaen. E poi proseguirò la mia indagine su Wagner: quando avrò messo in scena Tristan und Isolde penso che potrei anche chiudere la mia carriera».
Nelle foto @Annachiara Di Stefano Romeo Castellucci in prova al Teatro alla Scala
Intervista pubblicata su Avvenire del 22 aprile 2026