Al Teatro Regio di Torino i Dialogues di Francis Poulenc nell’allestimento ormai storico del 1997 del regista canadese Spettacolo che funziona ancora grazie alla sua essenzialità Dirige Yves Abel, protagonista Eakterina Bakanova
Incombe da subito. Livida. Di un bagliore sinistro e tagliente che arriva sghembo. Luce di taglio. Fredda. Affilata. Incombe l’ombra – infinite sfumature di grigio – della ghigliottina. Da subito. Perché nell’aria c’è la Rivoluzione, c’è un clima creato da chi condanna a prescindere, da chi pensa di essere sempre e comunque dalla parte della ragione… Tutti pronti a far calare la ghigliottina – e il brivido sul quotidiano è lì squadernato. Quella ghigliottina che non ci sarà, però, alla fine, sul palco. Evocata solo dalla musica, tagliente e sinistra, affilata e fredda. In una delle scene più belle, intense, struggenti… drammaturgiche nel loro perfetto intreccio di musica e parole (e dunque di teatro)… in una delle scene più belle della storia dell’opera. Commovente. Non ci sarà la ghigliottina, perché non è la cronaca che importa nel racconto dei Dialogues des Carmelites di Francis Poulenc – e di Georges Bernanos il cui dramma fu adattato a libretto per i Dialoghi che debuttarono al Teatro alla Scala (in italiano) nel 1957.
La storia la sappiamo già dall’inizio, la storia – che ci viene consegnata dalla Storia – delle sedici Martiri di Compiègne che a Parigi nel 1794, mentre stava per tramontare il Terrore (ma feroce come tutti i regimi al crepuscolo), vennero giustiziate per essersi rifiutate di rinunciare ai loro voti religiosi. Storia di morte. Come tante di quegli anni bui. Come tante di oggi. Anni bui. Innocenti che muoiono per dire ad alta voce, senza vergogna il loro credo. I Martiri della fede, che non fanno notizia, ma ci sono. Come le Martiri di Compiègne. Condannate al patibolo – livella per colpevoli e innocenti, per ricchi e poveri, amministrata da chi in nome della Ragione si credeva dio… istanze che ancora oggi serpeggiano. Il patibolo in piazza della Rivoluzione. Sul quale salirono una a una cantando il Salve Regina – eccola la scena più bella, dove la musica piano piano si spegne, le voci delle carmelitane sono zittite dalla lama che cala insesorabile… fino al Gloria che si spezza in gola a Blanche, l’ultima al patibolo… che è poi il titolo, Die Letzte an Schafott, della novella di Gertud von Le Fort a cui si ispirò Bernanos.
Non c’è il patibolo, ma la ghigliottina incombe da subito nello spettacolo (quasi) perfetto di Robert Carsen. Che da trent’anni gira i palcoscenici di tutto il mondo. Nati, questi Dialogues, nel 1997 ad Amsterdam. Arrivati ora, nel cuore della Settimana Santa al Teatro Regio di Torino – una prima assoluta per le Carmelitane di Poulenc che non erano mai andate in scena nel capoluogo piemontese. Incombe. Come ha fatto (e a volte fa ancora) sulla Storia. Ma non è la cronaca che importa nel racconto dei Dialogues des Carmelites – Poulenc li scrive in un momento di tormento interiore, prende il dramma di Bernanos, ma anche la sceneggiatura di Philippe Agostini e di padre Bruckerberger e tutti guardano a L’ultima al patibolo di Gertud von Le Fort. Dialogues che sono la Via Crucis di un’anima, anzi, di tante anime. L’anima (e il corpo… Cristo, ce lo dicono i Vangeli di questa Settimana, risorge con il corpo e promette lo stesso anche a noi) di Blanche. L’anima e il corpo delle Carmelitane. L’anima e il corpo di noi che oggi ascoltiamo – e riviviamo – il cammino di Blanche.
Carsen ce lo dice da subito. Con un’intuizione (una delle tante del regista canadese, che ogni volta lascia il segno) che arriva sulla musica che squarcia il silenzio – ogni volta è una Creazione, una ri-Creazione, un nuovo incipit. Quel muro di uomini e donne (nei quali ci specchiamo noi che siamo in platea, nella Quaresima del mondo) che fanno da sipario e da quinta. Folla che abbraccia. Folla che respinge. Massa che, scorrendo, disegna gli ambienti del dramma, come in una dissolvenza cinematografica – scene essenziali di Michael Levine illuminate dallo stesso Carsen e da Cor van den Brink. Corpi (e anime) tra i quali si fa strada la Storia. Da subito. Inequivocabilmente – siamo in Francia, dicono i costumi (li disegna Falk Bauer) bianco (di Blanche), rosso (del Marquise de la Focre) e blu (del Chevalier del La Force). La Rivoluzione incombe. E cambia la storia di ciascuno. Di Blanche che per fuggire dalle sue paure si trova ogni volta ad affrontarne altre… quella della morte, su tutte – sconvolge sempre la morte disperata della Vecchia Priora. «Dio stesso si è fatto ombra… L’angoscia aderisce alla mia pelle come una maschera di cera… Paura della morte…». Paura che Blanche fugge. Rifiuta. Ma poi vince.
Una Via Crucis, ma anche una Via Lucis. Un cammino verso la speranza. Liberaci, o Signore, dai santi dalla faccia triste, la frase di santa Teresa d’Avila che Poulenc mette in testa, come dedica, al suo racconto. Opera bellissima. Che ha poco di francese. Impregnata com’è degli umori dell’Europa musicale di inizio Novecento, ma anche dei fermenti d’Oltreoceano – c’è Puccini, c’è Ravel, c’è lo Stravinskij americano… Un percorso di fede che è prima di tutto un percorso umano – dimensioni inscindibili. E se Carsen sceglie di non avere nessun segno religioso in scena … niente croci, solo i sai delle Carmelitane, filologici (alla prima, in sala, anche otto religiose di un carmelo torinese), stesi a terra, le braccia allargate, come quelle della croce… e se Carsen sceglie di non avere nessun segno religioso in scena poco importa. Perché il suo racconto è umanissimo, dunque profondamente spirituale. Un percorso dal buio alla luce, che passa attraverso la paura della morte… le visioni di Soeur Constance Blanche – «ho capito che Dio m’avrebbe fatto la grazia di non farmi invecchiare, e che noi saremmo morte assieme, lo stesso giorno» –, la terrena disperazione nella quale muore la Vecchia Priora, Madame de Croissy, che punta i suoi occhi spiritati dritti in quelli di Blanche, la veglia/incubo della salma della Priora… coperta da un lenzuolo che poi, tolto, rivelerà fiori, perché dalla morte germoglia la vita… dice Carsen nel suo cammino alla ricerca di semi di speranza.
Un cammino dal buio alla luce che Blanche compie dentro se stessa. In un percorso che la sovrappone a Pietro, l’apostolo. Entra anche lei nel Getsemani – si fa chiamare Soeur Blanche de l’Agonie du Christ. Si entusiasma (come Pietro) per una vita eroica, si addormenta (come Pietro) nel Getsemani, rinnega… come Pietro, in una scena del terzo atto (parlata, niente musica), tagliata, però da Carsen (come spesso accade, per la verità), ma essenziale – Blanche dice a due vecchi che la incontrano di non essere mai stata a Compiègne, come Pietro ha spergiurato di non conoscere Gesù – per comprendere il perché della scelta della ragazza che, fuggita per non essere arrestata, sale (per ultima) al patibolo dopo le consorelle. Manca uno snodo…. Ecco perché lo spettacolo è (quasi) perfetto. Manca il perché di una scelta. Resta un tassello mancante che, però, potrebbe illuminare il tutto di una luce calda (quella dell’amore… Pietro si sente amato da Cristo in quello sguardo che lo coglie nel momento del rinnegamento… e allora sceglie di seguirlo… e anche Blanche sceglie di seguire le consorelle perché finalmente si sente amata). Una luce calda che non c’è nello spettacolo (quasi) perfetto, ma gelido di Carsen.
Scelta, qualle di Blanche (che la avvicina a Pietro) che la musica di Poulenc racconta con una modernità che ogni volta scuote e rapisce. I Dialogues sono teatro in musica – scene e intermezzi, dialoghi serrati e osai di meditazione che Carsen riempie di azione. Vita. Continua riflessione. Cammino. Tormentato, certo, ma che trova pace in quel Deo Patri sit gloria che riconcilia Blanche (e noi) con la vita e con la morte. Li restituisce così Yves Abel, sul podio di un’ottima orchestra del Regio. Lettura appassionata quella del direttore di Toronto – canadese come Carsen – tutta in crescendo, capace di restituire la limpida bellezza della musica di Poulenc, appassionata e inquieta, sempre indagatrice del significato della parola, scolpita e tornita nel ritmo, ma soprattutto specchio dell’anima. Una Via Lucis. Che culmina in quella danza di luce che Carsen chiede a Philippe Giraudeau per il potente finale. Nessuna ghigliottina. Ma un’anima che sale in alto. In una danza, appunto. Che è lode e preghiera.
Cast affiatatissimo. Locandina “di tradizione”. Modellato, cioè, sulle voci che sempre si associano alle Carmelitane. Un soprano lirico per Blanche, che a Torino è un’intensa Ekaterina Bakanova – ma alla prima Poulenc volle Virginia Zeani, una Butterfly, un Tosca, una voce da lirico-drammatico che forse sarebbe bene tornare a scegliere per non fare di Blanche una ragazza in balia degli eventi, ma una donna (tale è) che sceglie (moderna, modernissima oltre ogni istanza femminista) la sua strada. Che è la strada del martirio. Dove la aspetta Soeur Constance, un’intensa Francesca Pia Vitale protagonista in crescendo nel corso della via crucis/lucis. Drammaticamente declamatoria, come tradizione vuole, Sylvie Brunet-Grupposo che è Madame de Croissy, la Vecchia Priora, bonaria e dolente Sally Matthews che è Madame Lidoine, la Nuova Priora che accompagnerà per mano al patibolo le Carmelitane… Lorrie Garcia è Mère Jeanne, Martina Myskohlid è Soeur Mathilde.
Valentin Thill è un musicalissimo e convincente Chevalier de La Forze, il Marquis è (ancora una volta) Jean-François Lapointe (lo sarà anche tra due anni al Teatro alla Scala dove i Dialogues di Carsen torneranno, dopo esserci stati già due volte, nel 2000 e nel 2004 con Riccardo Muti). Coscienza critica, il Marchese, vecchio mondo che tramonta. Stanco – e sempre seduto. Incapace, forse, di una speranza. Quella speranza di cui Antoinette Dennefeld riveste Mère Marie, unica superstite, Mère Marie de l’Incarnation, nome che racconta una rinascita, un’incarnazione, un seme che caduto in terra produce frutto. Come le Carmelitane. Come ci dice, ancora una volta, la Pasqua.
Nelle foto @Daniele Ratti e @Mattia Gaido Dialogues des Carmelites al Regio di Torino