Al Teatro Dal Verme di Milano prima mondiale della partitura presentata dal compositore nel 1888 al Concorso Sonzogno Andreas Gies ha scoperto per caso l’opera creduta perduta sfogliando il catalogo della Koch collection della Library di Yale Cantano Buratto e De Tommaso, Milletarì dirige i Pomeriggi
Una scoperta che, come tutte le scoperte che segnano la storia, è avvenuta per caso. «Ero a Locarno, al Fondo Leoncavallo. Ero lì per consultare il catalogo della Koch collection custodita presso la presso la Beinecke rare book and manuscript library di Yale. E scorrendo i titoli delle opere presenti con grande sorpresa trovai Marina, partitura che si credeva perduta». Marina, la prima opera di Umberto Giordano, che il compositore pugliese presentò al Concorso Sonzogno, indetto dalla casa musicale sulle colonne del Teatro illustrato nel 1888, che vide trionfare Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni. «Un atto unico, come da regole della competizione destinata a giovani compositori, che si pensava fosse andato perduto» spiega Andreas Gies, l’autore della scoperta. Gies ha curato l’edizione critica della partitura che si ascolterà in prima mondiale giovedì 12 febbraio alle 20 (replica sabato 14 alle 17) al Teatro Dal Verme di Milano – luogo legato indissolubilmente al verismo musicale, qui la prima de Le villi di Giacomo Puccini.
Una prima, quella dell’opera inedita di Giordano, nell’ambito della stagione dei Pomeriggi musicali. «L’istituzione milanese si è dimostrata da subito interessata ad offrire la propria ribalta per Marina» spiega Gies, direttore d’orchestra, baritono, musicologo. Esecuzione in forma di concerto, in collaborazione con l’Edizione nazionale delle opere di Umberto Giordano e con la Libreria musicale italiana, dopo che è sfumato il progetto di una rappresentazione scenica dell’opera a Foggia, la città dove Giordano nacque nel 1867. Sul podio dei Pomeriggi e del coro del Petruzzelli di Bari Vincenzo Milletarì. Protagonisti Eleonora Buratto e Freddie De Tommaso, nomi di casa nei teatri lirici di tutto il mondo, dalla Scala al Metropolitan. Con loro Mihai Damian e Nicolas Mogg. La Decca registra l’opera per farne poi un disco. Una prima accompagnata da incontri con interpreti e musicologi per approfondire la scoperta.
«Quando lessi il titolo Marina nel catalogo della Koch collection pensavo potesse trattarsi di un frammento, di una particella. Allora scrissi a Yale per chiedere chiarimenti. Scoprii che si trattava della partitura completa. Me la feci inviare e mi misi subito a studiarla. L’ho trascritta, ho ricostruito il libretto prendendo le parole direttamente dalla partitura perché non esiste una copia in versione a stampa» racconta Gies che ha affrontato un lungo lavoro per rendere eseguibile la partitura. «La difficoltà è stata quella di affrontare un testo musicale di un giovane compositore che non ha mai avuto la prova della scena. Dunque ho fatto correzioni, sistemato errori dei quali solitamente ci si accorge in prova. Mancavano molte dinamiche e articolazioni e ho dovuto aggiungerle» dice il musicologo. «Mi sono suonato la partitura al pianoforte e mi sono aiutato con simulatori digitali per farmi un’idea delle sonorità. E mi sono ritrovato in un mondo davvero affascinante. Ci sono idee che raccontano una personalità molto forte e una spiccata sensibilità per l’aspetto drammaturgico nonostante le debolezze del libretto. C’è una grande sensibilità nello stagliare frasi e situazioni senza indulgere in pezzi chiusi come la tradizione di allora voleva».
Modernità di Giordano, la definisce Gies, convinto del grande valore musicale di Marina. «Tanto è vero che la commissione del concorso la menzionò, pur non inserendola nella terna di vincitori». Vinse, lo sappiamo, Cavalleria rusticana di Mascagni, arrivata nella terna finale insieme a Rudello di Vincenzo Ferroni e Labilia di Nicola Spinelli. Sicuramente Marina suscitò l’interesse dell’editore Sonzogno che mise subito sotto contratto il giovane Giordano, che poi scriverà capolavori come Andrea Chénier, Fedora e Siberia. «Difficile dire se Marina sia più bella di Cavalleria o di Rudello. Era senz’altro altrettanto meritevole di vincere. Perché è un lavoro di grandissimo pregio a livello musicale. La musica è di grandissima fattura. E in questa pagina si sente già un certo lirismo di Giordano, molto più spiccato rispetto ai suoi colleghi dell’epoca» riflette Gies.
Giordano aveva vent’anni ed era ancora studente in Conservatorio a Napoli quando partecipò al concorso con la partitura. «Ed essendo un lavoro giovanile si sentono chiari alcuni influssi di altri autori. L’ultimo Verdi, in particolare quello di Don Carlo e di Aida, ma anche di Simon Boccanegra. Ci sono echi della Gioconda di Amilcare Ponchielli, che si sentono peraltro anche in Cavalleria rusticana, perché Ponchielli era una figura che aveva esercitato un grande influsso sui giovani compositori di fine Ottocento. E c’è poi uno sguardo alla Carmen di Georges Bizet». Una struttura bipartita per l’atto unico che dalla scena iniziale della protagonista arriva a grandi concertati e sfocia in un finale rapido e violento, secondo l’estetica verista di allora.
«Dal punto di vista musicale Marina rivela già con sorprendente evidenza il talento di Giordano attraverso un linguaggio moderno, armonicamente avanzato, flessibile nell’adesione alla parola, capace di dialogare con i modelli del melodramma ottocentesco, ma anche profetico nell’anticipare soluzioni che torneranno nelle opere della maturità». Unico neo, secondo Gies, il libretto «un po’ raffazzonato, debole». Una storia verista, un racconto violento che si muove sullo sfondo delle ostilità serbo-montenegrine e racconta amori e gelosie dei quattro protagonisti, Marina, il fratello Daniele, lo spasimante Lambro e il giovane serbo Giorgio. Una donna forte Marina che si batte contro la società patriarcale del tempo nel tentativo di salvare l’uomo che ama.
Forse anche per questa debolezza della trama Marina non andò mai in scena. «Molti pezzi della partitura, però, sono finiti poi nella prima opera di Giordano, Mala vita» rivela Gies. Ora, dopo questa riscoperta e dopo il varo in forma di concerto, la partitura potrebbe trovare la strada della scena. «E perché no, un domani potrebbe sostituire Pagliacci di Ruggero Leoncavallo nel celeberrimo dittico con Cavalleria. Opere tanto distanti Cavalleria e Pagliacci, che raccontano mondi diversi. Come direttore d’orchestra penso che debbano essere rappresentate separatamente» riflette Gies per il quale «Marina ha molte più affinità con Cavalleria rispetto a Pagliacci. Per il fatto dia ver partecipato allo stesso concorso, certo, ma anche per somiglianze musicali, naturalmente non volute, date dal fatto che il terreno sul quale i giovani compositori di allora si muovevano era lo stesso».
Nella foto Umberto Giordano
Articolo pubblicato su Avvenire del 10 febbraio 2026