Se Don Giovanni è un accumulatore compulsivo

A Piacenza l’opera di Mozart riletta dal regista Andrea Bernard come una lunga seduta di psicanalisi per scavare nel passato Cantano Markus Werba, Tommaso Barea e Carmela Remigio

Le femministe – quelle che scendono in piazza contro il patriarcato, che riempiono le piazze di scarpe rosse, che rispolverano slogan anni Settanta tipo l’utero è mio… e altre simili amenità… – le femministe potrebbero aver qualcosa da dire vedendo che il disturbo compulsivo-ossessivo di Giovanni, di Don Giovanni l’accumulatore seriale raccontato in musica (dopo che il mito lo aveva fatto a parole) da Wolfgang Amadeus Mozart, «è tutta colpa delle donne». Colpa di Anna, che ama vestire fetish e si concede volentieri al maschio alfa con il quale giocava da bambina perché il suo Ottavio, dolcevita e giacca marrone, è esattamente l’opposto, insipido e incolore – dalla sua pace la mia dipende, quel che a lei piace vita mi rende… uomo senza qualità. Colpa di Zerlina, che pianta Masetto davanti all’altare e sale a vedere la collezione di farfalle del seduttore… e trova gusto nel farsi legare le mani. Anna fetish, Zerlina sadomaso…

Colpa, soprattutto, di Elvira. E qui si fa strada Freud… complesso di Edipo, lampante. Perché la psicanalisi è buona per spiegare tutto. Colpa di Elvira. Che a dispetto del libretto di Lorenzo Da Ponte… «m’innamori, o crudele, mi dichiari tua sposa»… è la mamma di Don Giovanni. Mamma innamorata del figlio… complesso di Edipo al contrario. Mamma possessiva. Mamma ossessiva. Mamma severa che (sulle note dell’ouverture) lega il piccolo Giovanni al tavolo per costringerlo a studiare, che (sempre sulle note dell’ouverture) lo strappa dai giochi con Anna – ali di farfalla sulle spalle lei, un peluche lui, una palla che si lanciano e che la mamma vorrebbe quasi bucare (chi non ha avuto un vicino di casa così, sadico nel minacciare di bucare il pallone che finiva nel suo giardino?). Mamma – vestita come in un incubo cubista, caschetto nero e vestitino giallo e bianco psichedelico – che lo insegue per tutta la vita, vera e reale, ma allo stesso tempo fantasma e visione, vestito lungo oltre le ginocchia che sa di naftalina e borsetta su un braccio come una vecchia signora, pia e bigotta, che distribuisce caramelle in cambio di affetto…

Le femministe, ma anche qualche regist* che del femminismo ha fatto la sua bandiera artistica (scarpette rosse, femmine che si riscattano uccidendo il maskio… e altre simili amenità…), potrebbero avere qualcosa da dire vedendo che nel Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart psicanalizzato da Andrea Bernard alla fine «è tutta colpa delle donne». Spettacolo partito dal Municipale di Piacenza (dove qualche rimostranza alla fine l’ha collezionata) e approdato al Pavarotti-Freni di Modena, teatri sull’asse emiliana che generosamente e meritevolmente coproducono un Dn Giovanni dove sembra che sia «tutta colpa delle donne».  Quelle che Leporello vorrebbe lasciare e che per Don Giovanni «son necessarie più del pan che mangio, più dell’aria che spiro». Evviva. Tutta colpa delle donne, la conclusione di uno spettacolo che diventa, nella rilettura del regista altoatesino, una seduta di analisi (e anche autoanalisi per noi che siamo in platea). Colpa di Elvira, in particolare. Madre e matrona, responsabile della patologia di accumulatore seriale di Don Giovanni. Disturbo ossessivo-compulsivo quello che affligge il Don Giovanni di Bernard. Accumulatore di donne, Leporello le annota tutte nel Catalogo, «in Italia seicentoquaranta, in Almagna ducentotrentuna, cento in Francia, in Turchia novantuna, ma in Ispagna son già milletré» e incasella i feticci (vestiti, accessori…) che le ricorda… trofei che il padrone ha collezionato e che il servo scheda in raccoglitori ben ordinati. Accumulatore di oggetti. Disseminati ovunque, nascosti nelle botole che si aprono nella scenografia (la disegna Alberto Beltrame e i cantanti, spesso ci inciampano), scatola mentale nella quale incasellare i ricordi che poi riaffiorano… nei sogni, negli incubi… da rileggere per capire il nostro io più profondo.

Pezzi di un puzzle che Leporello cerca di ricomporre per tutta l’opera e che solo alla fine si delinea, disegnando grazie all’ultima tessera mancante l’immagine di una farfalla – identica a quella che l’Anna bambina portava sulle spalle, maschera, gioco, desiderio… Immagine di una libertà che forse Don Giovanni trova solo nella morte – o in un cambio di identità, «più non sperate di ritrovarlo, lontano andò». Chissà dove. Pezzi di un puzzle che cercano di ricomporre l’immagine di un personaggio che nessuno è mai riuscito ad afferrare davvero – dentro e fuori dalle botole, dentro e fuori dalle porte della sua mente. Sfuggente come una farfalla, appunto. Lo racconta così la musica di Mozart. Enigmatica, subito a buttarci nel fondo nero di un mondo dove la luce filtra appena – gli accordi dell’ouverture sono gli stessi che torneranno alla fine, quando Don Giovanni dovrà fare i conti con la statua del Commendatore… o con le sue ossa, caducità della vita di fronte alla quale si trova lo stesso libertino. Giù negli abissi, «tutto a tue colpe è poco! Vieni! C’è un mal peggior». E poi una corsa a perdifiato, negli intrecci di note che si susseguono e si inseguono, che si sovrappongono e si dispiegano in un precipitare inesorabile, come la corsa della vita. Che Don Giovanni cerca di afferrare. Così lo racconta Mozart. Affamato di vita più che di donne, forse. Che potrebbero anche essere la stessa cosa.

Mozart suggerisce. Non offre mai risposte pronte. Nemmeno nella morale finale, «questo è il fin di chi fa mal» sul quale si staglia quasi un sorriso… amaro per molti. Elvira se ne va in un ritiro… l’abito monacale (e anche la perfidia di certe suore-matrigne ce l’ha), Anna vuole posticipare di un anno il matrimonio – forse spera ancora che il ragazzino che giocava con lei possa tornare e farla sua – e Don Ottavio resta basito nel suo dolcevita e butta un’occhiata a Zerlina che, con Masetto torna a casa a cenare, come capita ogni sera in tante famiglie comuni. Leporello va a cercare un padrone migliore. Dopo aver completato il puzzle. Farfalla che vola subito via.

Puzzle che non si completa – anzi, i pezzi restano sparsi sul tavolo, non vogliono incastrarsi l’uno nell’altro, come nel gioco, quando si tentava di forzare concavo e convesso senza riuscirci, dando un’immagine distorta e sghemba – puzzle che non si completa nella lettura musicale che dal podio dell’Orchestra filarmonica italiana offre Enrico Pagano – anche per lui alla prima, al suo rientro in buca dopo l’intervallo, qualche mugugno del loggione piacentino. Confusa, frammentata, per nulla unitaria. Il direttore trentenne – ma a che età è lecito/giusto/opportuno avvicinarsi a un capolavoro che richiede vita vissuta per essere se non compreso, almeno inteso a tratti? – dal podio non riesce a ricondurre a unitarietà la varietà degli interpreti, che sono l’orchestra (tutto sommato dal suono mozartiano), che sono il cembalo (troppe note, troppo presente, troppo suono a contrappuntare i recitativi), che sono i cantanti a briglia sciolta… chi butta lì variazioni più da Bellini che da Mozart, chi sale ad acuti improbabili tanto musicalmente quanto drammaturgicamente (rallentano l’azione, interrompono il discorso musicale che in Mozart – ma in ogni autore – ha un suo dipanarsi preciso e necessario). Così Mozart arriva incrostato. Così Da Ponte suona poco graffiante. Così Don Giovanni non ci sconvolge come dovrebbe.

Peccato. Perché in scena ci sono interpreti che avrebbero potuto lasciare (ancora di più) il segno. Diversi lo fanno. Forti di una sapienza musicale e scenica. Come Markus Werba, signorilmente distaccato nel disegnare un protagonista che sembra cosciente, già dal suo primo presentarsi, della fine che lo aspetta. Voce sempre a fuoco, musicalità. Come Carmela Remigio che si confronta ancora una volta con Elvira, restituendone un ritratto nuovo e inedito grazie ad una capacità di leggere, attraverso le note, dentro il personaggio – all’ultima replica a Modena Carmela Remigio, indisposta, ha passato il testimone a Marta Torbidoni. E c’è chi lascia il segno grazie a un talento innato e a una disciplina musicale che si vede /sente ad ogni gesto/nota. Come Tommaso Barea. Un fiume di voce (bellissima) sempre proiettata, sempre a fuoco, sempre sul testo, sempre sulla musica, sempre sul personaggio. Che esce moderno come poche volte capita con il servo di Don Giovanni.

Personaggio azzeccato, il bravo ragazzo a cui la donna la fa sempre (sempre colpa delle donne… femministe attente), il Masetto che disegna Alberto Petricca. Scenicamente coinvolgente, ma con diverse cose ancora da mettere a fuoco nel canto, Désirée Giove che è Zerlina. Marco Ciaponi regale generosamente voce e acuti e musicalità a Don Ottavio mentre Claudia Pavone sembra spaesata nel vestore i panni di Donna Anna, poco mozartiana nella resa di un canto tutto proiettato verso un romanticismo che a Mozart on appartiene (ancora). Tuona Renzo Ran come Commendatore. Che arriva a prendere Don Giovanni mentre il libertino si rivede, piccolo, aggrappato alla mamma/Elvira… origine del suo disturbo. Nodo da risolvere.

Don Giovanni ha riletto la sua vita. In un lungo flash back. In una lunga seduta di psicoterapia. Ha fatto pace con se stesso e con il suo passato. Cordone ombelicale da tagliare. Lo ha fatto. E ha capito, e noi con lui, che non è tutta colpa delle donne.

Nelle foto @Gianni Cravedi Don Giovanni al Municipale di Piacenza