Muti, il mio Cherubini per Papa Leone XIV

Il maestro dirige il Concerto di Natale per Prevost in Vaticano Esegue la Messa per l’incoronazione di Carlo X di Cherubini «Ringrazierò il Pontefice per l’apertura al mondo della musica»

Luci. Regali. Viaggi. «Il Natale di oggi è la negazione del Natale per i poveri». Riccardo Muti pensa ai suoi anni giovanili. «Quando ero bambino, a Molfetta, il Natale arrivava con il profumo dei mandarini. Cose semplici. Familiari». La novena, la Santa allegrezza, cantata dai mendicanti per le strade. «Una dimensione spirituale che oggi si è persa». E che il direttore d’orchestra vuole ritrovare. In musica. «Per dire che la spiritualità che i mistero della nascita di Cristo rimette al centro è necessaria. Oggi più che mai. In tempo di guerra». Così Muti celebra il Natale suonando per la prima volta davanti a Papa Leone XIV. Venerdì 12 dicembre alle 18 in aula Paolo VI – diretta su Rai2 e sulla piattaforma Play2000 – il direttore sarà sul podio dell’Orchestra giovanile Luigi Cherubini e del Coro della Cattedrale di Siena Guido Chigi Saracini per la Messa per l’incoronazione di Carlo X di Luigi Cherubini. Momento, organizzato dalla fondazione pontificia Gravissimum educationis Cultura per l’educazione con il patrocinio del dicastero per la Cultura e l’educazione, che vedrà la consegna al maestro del Premio Ratzinger, attribuito ogni anno a personalità della cultura e dell’arte. Primo concerto di musica classica del pontificato di Robert Francis Prevost. «Sarà emozionante vederlo seduto davanti a noi. Lo rispetto e lo amo molto. Da quella sera nella quale si è affacciato alla Loggia delle Benedizioni subito dopo la sua elezione». Invocando pace. «Quella pace – auspica il direttore d’orchestra napoletano – che spero le note di Cherubini e della sua Messa possano portare al mondo».

Perché, maestro Muti, ha deciso di eseguire la Messa per l’incoronazione di Carlo X di Luigi Cherubini?

«Per la profonda spiritualità di cui è intrisa. Quella che Papa Leone ci invita ogni giorno a rimettere al centro. La Messa, che venne eseguita nella cattedrale di Reims il 29 maggio 1852, è una pagina a tre voci, per coro, molto complessa. E ha una caratteristica che la distingue da tutte le altre Messe, perché, dopo i numeri canonici, alla fine, dopo che il coro ha terminato l’Agnus Dei c’è una pagina sinfonica, una Marcia religiosa, che Robert Schumann considerava sublime. Beethoven considerava Cherubini il più grande musicista della sua epoca. Un autore estremamente difficile da eseguire – settimana prossima sarò a Firenze e dirigerò il suo Requiem in do minore per i 50 anni dalla morte di Vittorio Gui, il fondatore del Maggio musicale. Qualcuno ha definito Cherubini fuoco nel marmo, un Canova in musica. Va bene, ma le sue linee neoclassiche sono piene di espressione e non consentono sbavature. E dentro non c’è nulla di esibito, ma ogni passo è intriso di religiosità».

Quale la spiritualità che ritrova in questa pagina?

«Prendiamo il contrappunto che non è freddo o artificioso, fatto solo per sottolineare la sua capacità compositiva. Cherubini usa il contrappunto, mirabile, perfetto, per sottolineare la parola. Lui canta sempre. Maestro di contrappunto, ma anche continuatore della cantabilità di Palestrina. La musica che scrive Cherubini è molto aderente al significato profondo del testo latino. E dunque intrisa di spiritualità. Tante volte grandi capolavori sono distanti dalle parole e della loro spiritualità. Con Cherubini questo non accade. Come non accade con Beethoven che per scrivere quel capolavoro assoluto che è la Missa solemnis, che io ho avvicinato solo di recente, ha avuto accanto due vocabolari, uno latino-tedesco e uno tedesco-latino, per entrare appieno nei significati della parola».

Cosa dirà a Papa Leone?

«Prima del concerto lo incontrerò in privato, insieme alla mia famiglia. Io sono noto per improvvisare sempre, non mi preparo nulla. Perché ci sono sempre porte che si aprono inaspettatamente… ed è bello vedere cosa nascondono. Forse parleremo di Chicago, la sua città, che conosco bene perché, dopo averla guidata per anni, ora sono direttore emerito a vita della Chicago symphony orchestra. Voglio sicuramente complimentarmi con lui per la sua apertura al mondo della musica. A Papa Francesco, che incontrai, ma per il quale non feci musica, chiesi di non dimenticarsi di quanto la Chiesa nei secoli ha fatto per la musica. I martiri cristiani andavano al martirio cantando, non dimentichiamocelo».

Leone XIV è il quarto Papa per il quale fa musica. Dopo aver diretto davanti a personalità mondiali, a pontefici, quale il suo stato d’animo?

«Da credente quale sono è davvero un momento di grazia. La prima volta che ho diretto per un Papa era il 1965. Fu per Paolo VI. Il Conservatorio di Milano andò a Roma per rendere omaggio a Montini, eletto Pontefice dopo essere stato arcivescovo di Milano. Io ero allievo. E scelsero me come direttore. Nel coro c’era anche Cristina, che poi sarebbe diventata mia moglie. Diressi lo Stabat Mater di Alessandro Scarlatti e il Magnificat di Antonio Vivaldi. Ho suonato poi davanti a Giovanni Paolo II, carismatico, fascinoso, profondo. Una volta persino in una cappella nella basilica di San Pietro quando con i Wiener Philharmoniker abbiamo eseguito una Messa di Wolfgang Amadeus Mozart. L’ultima volta che ho diretto davanti a un Papa era per  Benedetto XVI, quando mi diede l’onorificenza di San Gregorio Magno. Era maggio del 2012. Ero andato in Vaticano per un concerto che il Capo dello Stato, che allora era Giorgio Napolitano, offrì al Pontefice per i suoi sette anni di pontificato. Con orchestra e coro dell’Opera di Roma, che allora guidavo, diressi il Magnificat di Vivaldi insieme a Stabat Mater e Te Deum dai Quattro pezzi sacri di Giuseppe Verdi. Al termine dell’esecuzione Papa Ratzinger improvvisò una lectio magistralis su questi due grandi autori, dimostrando cosa significa avere una cultura musicale e ancora di più credere nella potenza della musica. Conoscevo il suo profondo amore per la musica, la sua competenza, ma in quell’occasione rimasi davvero stupito. Francesco lo incontrai solo».

Ora Papa Leone.

«Un Pontefice che rispetto e amo molto. Ciò che dice, in particolare per quel che riguarda un ritorno alla spiritualità, mi trova sempre profondamente d’accordo. Lo scorso giugno a Ravenna, evento che si ripeterò nel 2026, abbiamo radunato oltre 3mila coristi con il motto di Cantare amantis est, frase di Sant’Agostino. E questo mi rende ancora più vicino il Papa. Sapere che questo invito ha trovato eco nel cuore di Leone mi emoziona molto. Spero molto nella sua azione nel mondo, anche dal punto di vista politico».

Il Pontefice le conferirà il premio Ratzinger.

«Sono davvero felice di riceverlo. Perché nel nome di Papa Bendetto XVI. Quando ormai viveva presso il monastero Mater Ecclesiae in Vaticano, le suore che lo accudivano gli lessero uno dei miei libri, l’Infinito tra le note, titolo che riprende una frase di Mozart, per dire che tra una nota e l’altra c’è il mistero. Lui, ormai fragile fisicamente, ma vivacissimo di intelligenza come sempre, mi mandò a chiamare, per andare a trovarlo. Andai a Roma con Cristina e mi intrattenni con lui per un’ora a parlare. Parlammo delle regie dissacranti su Mozart. Ricordo ancora i suoi occhi, profondi nella sua fragilità. Conservo gelosamente l’ultima frase che mi disse, mentre mi congedavo da lui: Lasciamolo riposare in pace il povero Mozart».

Mozart, Cherubini… Oggi c’è bisogno della spiritualità di cui questa musica è intrisa?

«La musica è uno dei veicoli assoluti che esalta la spiritualità. Penso che l’assenza di spiritualità possa portare difficoltà di comprensione di un testo. Se uno non sente quel qualcosa di eterno che c’è dentro di noi, forse non può esprimere fino in fondo la profonda spiritualità di certe pagine. Se non credo come faccio ad esprimere in musica la drammaticità del Libera me, Domine, de morte aeterna della Messa da Requiem? Eseguo note, certo, anche benissimo, ma non entro nella loro spiritualità».

Cosa si augura per il prossimo Natale?

«Mi provoca un profondo fastidio il fatto che da settimane le strade delle nostre città siano già piene di luci, di vetrine che invitano a comperare… Oggi il Natale è la negazione del Natale per i poveri… si fanno le statistiche di quanti italiani andranno in vacanza, si accendono luci nelle strade, si fa la corsa al regalo più costoso. Ma il Natale dovrebbe essere il Natale dei poveri, Cristo è nato povero, in una mangiatoia. E questo, ormai, ce lo dimentichiamo. Mi auguro un Natale che faccia sperare, un Natale che possa davvero portare pace nel mondo che è sull’orlo del disastro. Dobbiamo rimettere al centro del nostro Natale quelli che il Natale lo vedono solo attraverso le luminarie e le vetrine. Considerando che si spendono miliardi per le armi, per distruggere villaggi, considerando che in africa migliaia e migliaia di bambini muoiono perché non si possono curare… dovremmo rimettere al centro il Natale di Cristo per curare il nostro mondo che Pascoli chiamava atomo opaco del male. Togliamo un po’ di opacità e un po’ di male da questo nostro mondo. Questo il mio augurio per il prossimo Natale».

Nella foto @Marco Borrelli Riccardo Muti

Intervista pubblicata in gran parte su Avvenire del 12 dicembre 2025