Micheletti, una vita sulle tavole del palcoscenico Alla Scala canto Mozart in versione reality show

Il baritono è Guglielmo nel Così fan tutte con la regia di Carsen Amo la lirica, ma la prosa resta il primo amore nato in famiglia Alla Fenice regista per un Boccanegra in viaggio nel tempo

Capelli lunghi. Giubbotto di pelle. Fare che subito ti mette il nervoso addosso. Come capita con uno dei tanti (troppi) sconosciuti che oggi, giusto per essere passati in tv, si credono famosi. Uno alla «Lei non sa chi sono io». Guglielmo, il Guglielmo del Così fan tutte di Wolfgang Amadeus Mozart, assomiglia a uno dei tanti (troppi) concorrenti di uno dei tanti (troppi) reality che infestano la televisione. Titolo, La scuola degli amanti. Che poi è l’alto titolo (esemplificativo della trama) del dramma giocoso. Lo vuole così – idea spietatamente azzeccata, a scandagliare più il lato sociologico che quello spirituale della partitura – il regista Robert Carsen, che firma il suo primo Così fan tutte al Teatro alla Scala, titolo che chiude la stagione lirica milanese. Lo restituisce, questo Guglielmo fuori dagli schemi, aderendo totalmente al modello arrampicatore tv, Luca Micheletti. «In uno stimolante cortocircuito con il nostro presente» racconta il baritono bresciano, classe 1985. Scopertosi cantante nel tempo. «Perché la prosa per me resta la prima e fondamentale scelta». Attore e regista da sempre, per tradizione famigliare, quello della sua famiglia, Micheletti-Zampieri, attori di giro dell’Ottocento con la compagnia I guitti. «Ma soprattutto – racconta convintamente il baritono dopo – per scelta».

Che effetto fa, Luca Micheletti, Mozart in versione reality?

«Direi di sì. E non solo perché il pubblico vede all’opera qualcosa che rappresenta un cortocircuito con il nostro presente, ma perché aver portato il Così fan tutte in uno studio televisivo aiuta a riflettere, in teatro, sul significato del reality show, uno spettacolo che vuole imitare la realtà. Così la regia di Carsen diventa, come si dice, metateatrale, e i invita a riflettere sul nostro presente».

D’accordo, ma in nome di un’attualizzazione necessaria si può davvero fare tutto sui testi musicali di ieri? Come la vede lei che è anche regista?

«Certo, siamo su un crinale. Ma da dentro, dal palco di questo reality-Mozart, devo dire che questa pericolosità funziona. Si toglie, è vero, un po’ di magia per scegliere la strada di una lettura sociale. La lettura di Carsen diventa così una sorta di elevazione alla potenza di un graffio, di una violentissima denuncia sociale che aveva fatto scalpore ai tempi di Mozart. Da registro non amo le letture orizzontali, quelle che trasportano nel tempo i capolavori del passato. Amo le letture verticali, che viaggiano nel tempo. Qui, però, il genio di Carsen che mette d’accordo tutti».

Figaro delle Nozze, Don Giovanni e ora Guglielmo del Così fan tutte. Chi è Mozart per lei?

«Mozart è sempre una guida che ci invita a compiere uno straordinario viaggio nell’uomo. Così per me è sempre un’avventura passare attraverso i suoi personaggi. Per ora ho vestito i panni solo dei protagonisti della cosiddetta trilogia Mozart-Da Ponte. Guglielmo, rispetto a Figaro e Don Giovanni, sembra un personaggio più facile da portare in scena, anche perché, leggendo la trama, il Così fan tutte sembra l’opera meno profonda delle tre. In realtà non è così. Qui ci sono tutte le trappole che i due geni che sono Mozart e Da Ponte, ci tendono. Insieme a Verdi Mozart è l’autore che ha segnato la mia carriera. Due autori apparentemente lontani, ma che per me, anche grazie alla “scuola Muti” alla quale mi sono format e all’idea di teatro che ho respirato in casa in da piccolo, sono vicinissimi nella capacità di raccontare storie attraverso il recitar cantano».

Se dovesse scegliere, Verdi o Mozart?

«Scelta impossibile. Li canto e li canterò sempre entrambi. Poi canto anche Marcello dalla Bohème di Giacomo Puccini o Escamillo della Carmen di Georges Bizet. Ma questi mondi, il teatro di Puccini in particolare, mi arrivano sempre più mediati rispetto all’immediatezza he avverto quando interpreto Mozart e Verdi. Un qualcosa che ha a che fare con l’epoca in cui due autori scrivono e con le convenzioni del tempo che entrambi spazzano via, creando un profondo strappo destinato a segnare la storia. Puccini, che non può essere ridotto a un autore verista, reinventa una convenzione di un teatro che è già più moderno. In termini spirituali mi sento più vicino a un teatro in cui il segno va oltre le convenzioni e si può leggere chiaramente nella musica: Mozart e Verdi non hanno bisogno di didascalie, in Puccini, invece, sono necessarie».

Verdi a febbraio a Torino, protagonista di Macbeth diretto da Riccardo Muti, ma prima a gennaio, alla Fenice di Venezia un Simon Boccanegra come regista.

«Simone è un viaggio nel tempo da molti punti di vista. Verdi ne scrive due versioni, a distanza di anni, poi nel passaggio dal prologo al primo atto prevede un salto di venticinque anni. Costruirò uno spettacolo come una macchina del tempo perché quello dell’opera è un medioevo reinventato, letto con gli occhi di un uomo dell’Ottocento che vuole parlare al suo tempo».

Da cantante come lavora con i cantanti?

«Ogni volta che faccio teatro mi piace essere un uomo pratico, me lo ha insegnato il mestiere della mia famiglia. Mi piace spiegarmi sui concetti perché questo fa sì che poi tutto venga naturale. La regia non è viabilità, regolare il traffico dicendo tu entri a destra e esci a sinistra, non è nemmeno la scena e l’ambientazione. La regia deve sondare i misteri del testo e raccontarne la spiritualità».

Tra un’opera da regista e una da cantante c’è sempre la prosa, di recente il progetto su Pierpaolo Pasolini con Anghelos con Roberto Latini

«La prosa per me è e resta la prima è fondamentale scelta. Scelgo i progetti sui quali concentrarmi. E poi amo la drammaturgia sul mondo classico. Per me lavorare in teatro e affrontare certi testi è un modo per rifondare un repertorio che in prosa, a differenza dell’opera, si è perso».

Nato e cresciuto in una famiglia di artisti. Le tavole del palcoscenico sono state una scelta obbligata?

«Ho quattro fratelli e tutti siamo stati “invitati” da mamma e papà a fare esperienza di palcoscenico, sin da piccoli. Ma solo io e mio fratello Stefano abbiamo fatto dello spettacolo la nostra professione. Dopo l’iniziazione infantile ho esercitato il libero arbitrio, ma mi sono innamorato subito del teatro e ho voluto esplorarlo da più punti di vista».

Anche sua moglie, Elisa Balbo, è una cantante. canta. Per vostra figlia pensate a un futuro in scena?

«Arianna ha già recitato con me in Aiace al Teatro Greco di Siracusa. È stato un bel gioco. È sempre divertita da ciò che io ed Elisa facciamo. Un giorno canticchiava io le ho detto: Che bello, canti! E lei mi ha risposto: Sto lavorando. Farà quello che desidera, ma forse ha già le idee chiare».

Quale l’eredità artistica e umana che le ha lasciato suo padre, scomparso di recente?

«Mio padre ha avuto un’esperienza avventurosa, nato nel 1942, terzo di quattro figli di una famiglia di attori nomadi. Era il tempo della povertà e della guerra e il nonno ha sempre dovuto mantenere la famiglia attraverso il teatro, verso il quale aveva un approccio concreto e non teoretico. Anche per il mio papà è stato così. Il teatro per noi è sempre stato un mondo che racconta cose infinite con mezzi finitissimi. E io ho cercato di fare mio questo approccio in termini di concretezza e deontologia del lavoro, teatrante di buona volontà. Ho imparato da lui e da mia madre che ha condiviso cinquant’anni di vita e di lavoro con mio padre».

Cantante, attore o regista?

«Sto ancora comodo in questa poliedricità. Mi godo il viaggio facendo lo slalom tra i diversi palcoscenici».

Nella foto @Vito Lorusso Luca Micheletti in Così fan Tutte al Teatro alla Scala