Rosetta Cucchi rilegge il capolavoro di Rossini in chiave queer suscitando divertimento e risate, ma anche qualche dubbio Dirige il tenore Dmitry Korchak, Mustafà è Giorgi Manoshvili
Fumo. Il pullmino color arcobaleno è un vecchissimo Volkswagen, un Bulli, in Italia era marcato Westfalia. Fumo. E un ritmo dance, anni Settanta e Ottanta. Il pullmino si fa largo tra la gente. Si ferma davanti al Teatro Rossini. Si apre il portellone. E scende una squadra di drag queen, costumi appariscenti e sgargianti, parrucche alte mezzo metro – perfetta estetica camp. E intonano, rigorosamente in playback (che è l’arte delle drag) Dancing queen degli Abba. «You are the dancig queen, young an sweet…». Fischi e manganelli. Arriva la buoncostume. Una drag fugge verso il teatro. Un’altra si arrampica su un palo della luce. L’impresario, rosa glitterato, cerca di darsela a gambe. Solo una donna resta imperturbabile. Pantaloni verdi, casacca viola, impermeabile scarpe viola. Un cappello di piume di struzzo a coprirle la faccia.
La forza di (un’altra, dopo Zelmira), la forza di una donna, Isabella. Anzi no. Perché Isabella, l’Isabella de L’italiana in Algeri, capolavoro tra i capolavori di Gioachino Rossini, non è una donna. Almeno a Pesaro, sul palco del Teatro Rossini – e anche fuori, nel flash mob (come capitava nel 2018 con Adina, regia sempre di Rosetta Cucchi) che anticipa l’opera, sulla piazza, tra il pubblico che arriva e si affolla intorno al Bulli della Volkswagen in versione arcobaleno dal quale scendoino le drag. Le drag, sì, perché Isabella è una di loro. Una drag. Un uomo che si traveste da donna. Per fare spettacolo. «Gesto politico» dice Rosetta Cucchi che si è inventata questa variazione sul tema per il suo allestimento, seconda nuova produzione del Rossini opera festival 2025, de L’italiana in Algeri.
Idea che fa titolo, indubbiamente. E il pensiero va ad un altro cambio di genere, quello che Ilaria Lanzino in Germania ha fatto con la donizettiana Lucia, trasformata in Luca di Lammermoor. Idea comunque intelligente, quella della Cucchi, non quella della Lanzino, tutta modellata sulla fisicità del cast… perché Isabella ha la voce (ancora sinuosa, calda, pastosa… un piacere da ascoltare) e il volto – e il fisico statuario, svettante – di Daniela Barcellona. Cantante intelligentissima, “nata” al Rof, rossiniana da sempre il mezzosoprano triestino. Annunciata, nei mesi scorsi, come l’Isabella della nuova Italiana… dopo tanti personaggi maschili, en travesti, Tancredi, Malcolm della Donna del lago, Arsace di Semiramide, Sigismondo, Falliero di Bianca e Falliero sino all’Eduardo dell’ultima riscoperta rossiniana Eduardo e Cristina del 2023. Ruoli che l’hanno consacrata rossiniana (e non solo) doc. Annunciata come l’Isabella della nuova Italiana, non senza sorpresa. Attesa e curiosità. Ed ecco l’idea di Rosetta Cucchi. Un’Italiana drag…
Idea modellata sulla fisicità della Barcellona, che è la vedette del gruppo Lady Isabella e le girls, drag che girano la provincia con il loro furgoncino, sul modello di Priscilla, la regina del destero… lì in playback si cantava anche l’opera, il Follie! Sempre libera…! Della verdiana Traviata. Qui Isabella canta gli Abba (naturalmente nella hit del celebre film). Sbarca con le sue girls ad Algeri (che può essere Pesaro, perché il mare dei video dovrebbe essere l’Adriatico… c’è pure il bagnino sul suo trespolo… il caldo che attanaglia l’inizio del Rof è un caldo africano…) dove tutte vengono arrestate dalla buoncostume di un maschilista Mustafà che, nemmeno a dirlo, finirà beffato… sedotto da un uomo e trasformato in Pappataci con calze a rete e stivali rosso fuoco. Idea modellata sul cast, giustamente e intelligentemente… ruoli e interperti e caratteri sono perfetti. Il Taddeo di Mischa Kiria è un impresario di giro, innamorato della primadonna, corpulento e sinistro, Elvira, la moglie di Mustafà, è una donnetta che sa di naftalina, gonna lunga, camicia accollata… fisico asciutto, quello di Vittoriana De Amicis… Manoshvili ha la statura del politico (circondato di olgettine danzanti sempre pronte al bunga bunga)… Josh Lovell ha tatuaggi, ma anche volto del bravo ragazzo che nasconde un segreto…
Trucco marcato, abiti appariscenti (compreso un babydoll azzurro), mosse sempre sopra le righe per Isabella… che canta il suo Cruda sorte mentre viene schedata in commissariato (nero, buio, inquietante se pensi agli occidentali arrestati in Medioriente) dalla polizia – lei e le drag Calypso Fox, Elecktra Bionic, Ivana Vamp e Maruska Starr (con tanto di nome in locandina). Un po’ Jessica Rabbit e un po’ Sandra Dee questa Isabella. E poi, improvvisamente, un inquietante completo nero, lucido, giacca e pantaloni, niente parrucca, capelli corti, l’uomo – corto circuito, perché Isabella canta «Una donna t’insegni ad esser forte» – l’uomo dietro la drag per il Pensa alla patria… mentre la scena si colora di arcobaleno e sul fondo del palco scorrono immagini di Pride in bianco e nero di un tempo. «Vedi per tutta Italia rinascere gli esempi di ardire e di valor». Schiaffo politico a chi è al governo? Italiana antimeloniana? In un’epoca «in cui i diritti, le identità e le libertà artistiche sono nuovamente in discussione»? per dirla con la regista pesarese – e il tema identità attraversa tutti gli spettacoli del Rof, in Zelmira Bieito immagina una relazione tossica tra Antenore e Leucippo, nella Cambiale di matrimonio Laurence Dale mette uno sguardo di troppo tra Slook e Edoardo, sporcando il gesto di altruismo di Slook che cede la sposa acquistata con una “cambiale” all’uomo di cui lei è innamorata. Ma torniamo all’Italiana.
Schiaffo politico? Forse. Ma poco rossiniano. Perché l’idea che la Cucchi realizza tecnicamente in modo ineccepibile (con le scene di Tiziano Santi e i costumi di Claudia Pernigotti, che hanno un sapore anni Ottanta, alla Vizietto, il racconto funziona e suscita risate sonore), l’idea che la regista sottolinea, marca, evidenzia (impossibile non capirlo) è poco sul testo, sulla musica di Rossini. È poco sulle intenzioni, poco racconta (nonostante il tema della battaglia per i diritti civili, tanto di moda, spesso cavalcato…) della forza rivoluzionaria della partitura. E rischia di trasformare in avanspettacolo alla Legnanesi (tra l’altro il travestitismo, mezzosoprani che interpretano personaggi maschili, che spesso c’è in Rossini, specie nel Rossini serio, qui manca completamente… e riproporlo in versione drag non vuol dire per forza essere rossiniani), rischia di trasformare in avanspettacolo, (tragi)comico un tema tanto complesso – e anche, diciamolo, di togliere forza a certe battaglie che hanno bisogno, forse, di argomenti forti e non di arcobaleni e parrucche.
Detto questo lo spettacolo funziona, ben oliato, scorre, racconta… inventa situazioni che strappano il sorriso… Isabella Jessica Rabbit, Zulma donna delle pulizie che fa il tapis roulant con Elvira, le drag che tagliano e cuciono casacche rosa per l’esercito di Mustafà (che gioca a Risiko…) e guidano il risveglio muscolare mattutino… Lindoro che è il cuoco italiano del bey (forse un po’ stereotipo… ma è un racconto deformato dalla lente dell’ironia) che cucina torte per Mustafà (quella che si mangiano Pappataci e Kaimakan ha la stessa forma della torta/casa dell’Adina della Cucchi). Trovate di alto artigianato, a tempo di musica. Che è quella meravigliosa di Rossini e della sua Italiana (sul leggio l’edizione critica di Azio Corghi). Un Rossini che Dmitry Korchak, tenorissimo rossiniano (e non solo), dirige da cantante (mai in anticipo, attacchi sempre al millimetro)… corretto, certo, capace di tenere (quasi) sempre insieme buca (dove c’è l’orchestra del Comunale di Bologna, mentre il coro, tutto maschile, è quello del Teatro Ventidio Basso) e palcoscenico. Ma poco incisivo, troppo uniforme e monocromo in una lettura, tra passaggi slentati e altri dal ritmo vorticoso, abbastanza convenzionale e depurata dalla sana follia che Rossini scrive e che la Cucchi ha tradotto nel mondo queer che si è inventata.
Assolutamente non convenzionale l’Isabella di Daniela Barcellona, voce che avvolge, usata sempre con grande intelligenza musicale, per disegnare un personaggio che sa far sorridere con accenti giustissimi, teatrali che si colorano spesso (ed è bellissimo abbandonarsi) di malinconia. Che attraversa anche la voce di Misha Kiria, Taddeo imponente, vestito di rosa, impresario dello sgangherato gruppo di drag, voce torrenziale, musicalità innata, gusto e misura che fanno centro. Come fa centro – trionfo meritatissimo – Giorgi Manoshvili, Mustafà (abiti occidentali, Risiko sul tavolo, per un dittatore che vive in una villa dove si danno feste eleganti…) applauditissimo, stile, gusto, accenti… da rossiniano (giustamente consacrato da questo Rof) doc. Voce bellissima, colorature sempre a fuoco e intelligentemente teatrali, bassi avvolgenti, acuti svettanti quelli che sfodera, in un’interpretazione che lascia il segno, Manoshvili.
Vittoriana De Amicis, voce tagliente, acuti svettanti, funziona nel ritratto di un’Elvira prima dismessa e poi pantera – si trasforma, da beghina che sa di naftalina a dark lady come la Sandy di Grease. Andrea Niño è un’efficace Zulma. Gurgen Baveyan racconta come sono Le femmine d’Italia che «sanno più dell’altre l’arte di farsi amar» con il giusto accento. Cosa che purtroppo non succede a Josh Lovell, non proprio a suo agio nei panni di Lindoro (perché non dare la parte a Jack Swanson, messo invece in locandina nella Cambiale?) acuti faticosi, stiracchiati, colorature abbozzate… a fronte di una presenza scenica disinvolta. Per un Lindoro che la Cucchi vede come un ragazzino innamorato della drag Isabella… (e partono i film… anche inquieti, un po’ Germania anni Settanta…) ragazzino che alla fine, canotta dorata e brillante, «pensa alla patria» e, «You are the dancing queen… young and sweet…», sale anche lui sul pulmino arcobaleno. Fumo. Dance. E le drag ripartono.
Nelle foto @Amati/Bacciardi L’italiana in Algeri al Rof di Pesaro