L’opera del 1822 inaugura il Rossini opera festival 2025 Immagini e visioni contemporanee nello spettacolo del regista Cantano Anastasia Bartoli, Enea Scala e Lawrence Brownlee
Zelmira alza le braccia al cielo. I pugni chiusi. Lo sguardo in alto. Segno di vittoria? Al primo colpo potrebbe sembrare, perché, certo, lei ha vinto, con la sua forza di volontà ha riportato sul trono il padre Polidoro… «Riedi al soglio…» inizia così la grande scena finale, pirotecnica, che tutti aspettano per scatenare l’applauso liberatorio dopo più di tre ore di musica. Sguardo in alto. Pugni chiusi. Braccia al cielo. Ma forse più che di vittoria quel gesto è un segno di resa. Il figlio, figlio di lei e di Ilo, quello che Antenore e Leucippo volevano uccidere, l’abbraccia, la stringe forte. Sa che la sua mamma non gli verrà tolta. Ma lei non lo guarda. Strano, stridente per una madre. Quasi infastidita, alza gli occhi in alto. In segno di resa. Perché (forse) sa che quel bambino sarà un altro degli uomini (non ce ne è uno che faccia bella figura… non se ne salva uno…) di cui lei dovrà prendersi cura… come il marito Ilo, riverso su una poltrona, stanco di guerra, reduce che ha visto troppa violenza e ora è alienato… come il padre Polidoro che piuttosto che combattere il nemico che vuole usurpare il suo trono preferisce farsi nascondere dalla figlia in una tomba (sepolcro imbiancato, faccia di bianco marmo freddo, mimetica ormai stinta) per non essere fatto prigioniero. Un altro uomo di cui Zelmira deve prendersi cura… si invertono le parti – ed ecco un pensiero, un improvviso cambio di prospettiva, come se vedessi la stessa cosa, ma da un’altra angolazione, … drammatico e doloroso… si invertono le parti come capita spesso, come costringe a fare oggi la malattia… quando la mente dei genitori è altrove, quando il dolore fiacca… e ai figli tocca la cura. attualissima intuizione. Bellissima, potente e sconvolgente, capace di scavarti dentro e di turbarti, l’immagine che chiude il primo duetto tra padre e figlia, lei lo avvicina al seno e lo allatta. Lacrime e stupore. Nostalgia e presagio.
Sta tutta qui, nella forza delle donne, di una donna in particolare, la forza della Zelmira di Gioachino Rossini che ha aperto l’edizione numero quarantasei del Rossini opera festival di Pesaro. Gliela imprime, questa forza, laddove altri/e avrebbero scelto facili sottolineature marcatamente e inutilmente femministe (vedi scarpe rosse messe a caso dentro e fuori dai teatri… tanto per dirne una) gliela imprime Calixto Bieito. Suggestioni che hanno la forza della semplicità nella regia che l’artista spagnolo ha pensato per il titolo inaugurale del Rof 2025. Intuizioni che hanno la disarmante verità della quotidianità. Tutte sul gesto, tutte incarnate nella relazione tra i personaggi, racconto che si squaderna sulla grande pedana che è al centro dell’Audiotirum Scavolini, usato secondo la sua prima natura, palazzetto dove il pubblico è sugli spalti, tutto intorno, spettatore e coro (greco) che guarda e commenta la tragedia, insieme al coro vero, quello del Teatro Ventidio Basso, che guarda e commenta la tragedia proprio in mezzo al pubblico; palazzetto dove l’azione si “gioca” al centro. Su quella pedana di quadrati di luce – discoteca psichedelica anni Settanta quando si accende di verde e di giallo, ma anche tavolo anatomico dalla luce fredda dove vivisezionare l’animo umano. Aria, acqua, terra… nelle vasche che si aprono tra i quadrati di luce. Il fuoco è la musica. Perché l’orchestra (che è quella del Teatro Comunale di Bologna, che torna al Rof dove per tanto è stata la formazione in residenza) è al centro della scena.
Si parte da lì, sembra dire con un segno spaziale semplice, ma eloquente, Bieito. Regista dal segno forte, che arriva per la prima volta al Rof. Provocatore, lo liquida qualcuno (e alla fine sono stati diversi i fischi, che il regista spagnolo ha incassato con grande eleganza… un bacio al cielo verso quei palloncini colorati sfuggiti di mano al figlio di Zelmira e alla sua balia Emma, ora imprigionati dal soffitto di legno dell’Auditorium Scavolini), provocatore lo liquida chi si ferma alla superficie dei suoi lavori. Che scavano nel testo, nel significato delle parole in musica per dargli nuova vita – significato che spesso, anzi, sempre, ce lo insegna la vita, va oltre la prima impressione e racconta altro… rimanda a un mondo oltre, di emozioni e sentimenti, di vissuti e di speranze. Mai banale Bieito. Capace sempre di darti uno spunto sui cui riflettere – in teatro e poi (soprattutto) fuori, una volta usciti, una volta che la musica ha decantato e si è sedimentata nell’anima. Come fanno certe immagini – ne basterebbe anche solo una… potente, eloquente, in un mondo che di immagini inutili e banali ci inonda – di questa Zelmira.
Zelmira che allatta il padre Polidoro. Antenore, l’antieroe, ridotto a un bambino non cresciuto che gioca a fare il tiranno, tra stelle filanti e bolle di sapone e una corona giocattolo in testa – la porta, elegante e sinuoso Enea Scala che tiene all’infinito l’acuto che chiude la sua grande aria… a testa in giù. Antenore, ancora lui, che bacia Leucippo, bicipiti e addominali in vista (certo, facile spogliare e mettere in bella vista il palestrato Gianluca Margheri…), carnalità che rimanda sinistramente ad un oggi dove spesso e purtroppo il favore sessuale detta le regole del mondo, nonostante le denunce, nonostante le indignazioni, nonostante i proclami… Emma e il suo desiderio di maternità, “battezzato” nell’acqua… Emma e quel nastro magnetico, le memorie di famiglia, il racconto della verità, srotolato dalla bobina e ingarbugliato… Leucippo che dissotterra il cadavere di Azorre (lo hanno ucciso lui e Antenore), consegnando lo spirito inquieto a un limbo nel quale vagare.
E siamo tutti in quel limbo, ai bordi di quella pedana dove la storia si srotola. Narrativa… sì, anche se il libretto di suo non è dei più avvincenti (una trama, però, la racconta… funzionale all’invenzione musicale rossiniana tra arie, duetti, terzetti, quintetti e concertati…). Lo rende tale la regia di Bieito. Perché l’impianto scenico (lo disegna lo stesso regista insieme a Barbora Horáková) ti tiene attento, concentratissimo… lo sguardo sempre alla ricerca del fuoco dell’azione, l’orecchio teso a capire da quale angolo del palazzetto arrivano le voci. Perché l’azione avvolge il pubblico. Sulla pedana e sugli spalti. Un girone dantesco dove siamo condannati a cercare un perché. Tirati dentro in questo limbo dove le vicende di Zelmira rivivono in un eterno presente. Un tempo senza tempo. Un ieri (la Lesbo del libretto di Andrea Leone Tottola) che è drammaticamente un oggi. Un oggi di guerra e di violenza che ci ha stremati tutti… come Ilo, che si trascina stanco e sfinito, sino a non avere più forze… e l’ulivo che gira per la scena resta in un angolo. Drammaturgico, azzeccatissimo il modo che Bieito usa per raccontare i personaggi… caratterizzati alla perfezione nei gesti, nei movimenti, nelle intenzioni… nei costumi (semplici all’apparenza, ma pensatissimi da Krügler… uno per tutti, quello, doppio di Zelmira, ai piedi sempre gli anfibi, a volte principessa in lutto, con gonna ampia e corsetto e capelli sciolti… a volte guerriera dark- perfetta per la fisicità e il look di Anastasia Bartoli – con capelli raccolti in una coda, gilet e pantaloni con i tasconi.
Uno spettacolo di suggestioni. Di visioni. Da decodificare. E da rimettere insieme in una visione personalissima e unica – nessuno del pubblico vede lo stesso spettacolo, ognuno, nella grande arena dell’Auditorium Scavolini, lo segue da un’angolazione diversa. Da ricomporre sulla musica sublime – perché tale è… non può essere altro la musica del quintetto, quella del duetto tra Zelmira ed Emma… – di Rossini. Quella dell’ultima opera napoletana del compositore pesarese, andata in scena al San Carlo nel 1822. Protagonista il soprano. Un tenore Nozzari e uno David, il mezzosoprano e il basso, ma anche un secondo basso… opera di voci, riscoperta della cosiddetta Rossini renaissance e portata al successo alla fine degli anni Ottanta da Cecilia Gasdia, in curva all’Auditorium Scavolini a fare il tifo per la figli Anastasia Bartoli, Zelmira, protagonista per il terzo anno al Rof dopo Edoardo e Cristina ed Ermione… hanno preparato insieme il ruolo, al pianoforte, e la Gasdia, come si dice, l’ha cantata tutta alla prima… «e non solo la parte di Zelmira, anche quelle degli altri, perché le so tutte».
Intensa, emozionatissima Zelmira (i primi piani della pianta centrale mettono tutti a nudo) Anastasia Bartoli. Artista in continua crescita e maturazione, vocale e interpretativa, meno dark (che è la cifra, mista insolitamente a un sorriso disarmante, che il soprano ha scelto nella vita) e più dolente. Voce dal suono bello, a tratti magnificamente ipnotico, avvolgente e sempre proiettato. Tecnica solida, colorature sempre a fuoco, acuti svettanti (alcuni più sulla musica che sul testo, altri capaci di arrivare inaspettati, ma necessari al cuore) per disegnare un personaggio che alla fine (in quei pugni alzati) riesce a fare sintesi delle sue due anime, quella di combattente e quella di donna che cura. Applauditissima, spessissimo a scena aperta. Come tutti. Come Lawrence Brownlee, voce che il tempo non ha (incredibilmente) scalfito, luce e trasparenze, aria e seta nello squillo sempre musicalissimo e intonato del tenore americano. Voce, tecnica (quella ci vuole per arrivare così a 53 anni), cuore per un Ilo che dal suo ingresso in scena (certo, scelta del regista) si trascina nella vita… ed è stridente e allo stesso tempo sorprendente ritrovare questa doppia velocità, di suono e di gesto, nell’interpretazione di Brownlee. Acuti, solidissimi, come la tecnica, carisma scenico che cattura e ipnotizza le armi che sfodera Enea Scala (che sono poi le sue, quelle che lo rendono ogni volta interprete sicuro e sempre nuovo) per disegnare il suo Antenore, politico piacione – in completo (volgare) blu lucido – ma in privato bambino non cresciuto (quell’orsacchiotto con il quale gioca, poesia e follia) in preda a traumi che lo portano sull’orlo del baratro. Voce che corre, suono che il tenore siciliano gestisce magnificamente per “arrivare” in ogni poltroncina (quest’anno imbottite per agevolare le quasi quattro ore che dura lo spettacolo) dell’Auditorium Scavolini.
Trio perfetto. Rossiniano degli anni d’oro. Al quale si affianca una squadra dove il Polidoro di Marko Mimica non riesca a lasciare davvero il segno, voce bella, ma segnata da qualche increspatura, non sempre a fuoco sulle richieste della scrittura rossiniana. Cosa che capita anche alla Emma di Marina Viotti, voce (meglio in acuto che nei bassi non proprio belli) che nell’arena di Zelmira non riesce a trovare la giusta proiezione a fronte di una presenza scenica sempre giusta ed efficace. Presenza scenica debordante anche quella di Gianluca Margheri, voce educata, non enorme, ma sempre sulla musica e sulle intenzioni. Due ali enormi di angelo, un angelo dark, per Paolo Nevi, che lascia il segno con il suo puntuale Eacide; un pannolone e una vestaglia per il Gran Sacerdote di un corretto Shi Zong.
Canto – Rossini con Zelmira tira il freno rispetto alle modernità non comprese di Ermione, torna a una scrittura più tradizionale… che poi cosa vorrà dire, perché di novità ce ne sono, che fanno sintesi del passato e lanciano un ponte sul futuro, anche in questa Zelmira – canto che è il cuore della scrittura rossiniana. Canto sul quale sembra aver lavorato non così a fondo Giacomo Sagripanti. Dal podio (orchestra del Comunale in forma, soli e assiemi sempre efficaci) il direttore tiene bene le fila del racconto (che rischia di arrivare, però, poco sbalzato e vario), nulla è fuori posto, tutto (anche troppo) corretto, ma lascia il canto (almeno così sembra) all’estro (e alla qualità) degli interpreti. Interpreti che vincono quando la tecnica e i nervi sono saldi (ma l’impressione è che si il lavoro fosse stato più di cesello e concertazione si sarebbero raggiunti livelli ancora più alti).
In scena, nel racconto di Bietio, non vince, invece, nessuno. Alla fine nessun trionfo. Tutti prostrati a terra. Antenore fugge. Leucippo si affoga. Zelmira alza le braccia al cielo. I pugni chiusi. Lo sguardo in alto. Segno di resa. Forse. Come si è tentati di fare oggi, di fronte alle violenze, alle guerre, alle ingiustizie più grandi, troppo più grandi di noi. Oppure di lotta. Quel pugno. Per provare, come ha fatto Zelmira, a cambiare la storia.
Nelle foro @Amati/Bacciardi Zelmira al Rof di Pesaro