La guerra formato social, a Colonia Manoury trasforma in opera Gli ultimi giorni dell’umanità

La tragedia irrappresentabile di Karl Kraus sulla Grande Guerra diventa un melodramma scritto dal compositore francese Commissione dell’Oper Köln, dirige Rundel, regia di Stemann

«Edizione straordinaria». Außergewöhnliche Ausgabe. Gli strilloni annunciano «l’assassinio dell’erede al trono». Subito nel cuore dei fatti. Dentro la notizia. Subito dentro la Storia. «Arrestato il colpevole. Un serbo attentatore».  Le strade di Vienna sono affollate. Signore elegantissime, uomini altrettanto eleganti. «Edizione straordinaria». La notizia, però, non li turba più di tanto. Cosa potrà mai succedere dopo l’assassinio dell’erede al trono austro-ungarico, l’arciduca Francesco Ferdinando? Un sorriso sarcastico sulle loro facce. Non hanno idea di cosa li aspetta. Di cosa ci aspetta… perché non è ancora finita. Eppure a Sarajevo, il 28 giugno 1914, cambia la Storia. Scoppia la Prima Guerra Mondiale. «L’inutile strage» come la definì papa Benedetto XV chiedendo ai signori della guerra di deporre le armi. Nulla da fare. A Sarajevo, il 28 giugno 1914, iniziano Gli ultimi giorni dell’umanità. Profezia apocalittica di ogni inizio secolo – o millennio, come paventavano i millenaristi dell’anno Mille, pronti a precipitare con tutta la terra nell’imminente fine del mondo. E sulla soglia del Novecento, inquieto e destinato a cambiare la concezione dell’uomo – Freud si aggira, è in agguato in quella Vienna da edizione straordinaria – e proprio sulla soglia del Novecento iniziano Gli ultimi giorni dell’umanità… che non si sono ancora compiuti…

Ultimi giorni che Karl Kraus, giornalista, scrittore, poeta, umorista, saggista… austriaco, ultimi giorni che Karl Kraus – come in un diario di bordo, un diario di guerra dove annota i grandi fatti, ma anche le cose (apparentemente) più insignificanti, una conversazione rubata al bar, i giochi di alcuni bambini… – racconta minuziosamente nel suo Die letzten Tage der Menschheit. «Tragedia in cinque atti con preludio ed epilogo» si legge nel frontespizio del lavoro – lavoro teatrale, tragedia, appunto, ma con una componente di ironia e sarcasmo che la rendono, se non fosse la materia così grave, quasi tragicomica. Tragedia irrappresentabile, fatta di duecentonove scene, racconto che Kraus ha scritto e poi cucito insieme dal 1915, qualche mese dopo Sarajevo, sino al 1922… quando sull’Europa già si allungava l’ombra del nazismo (che in qualche modo, in controluce, come fantasma c’è negli Ultimi giorni dell’umanità). Kraus, profeta per le visioni che propone, ma anche per il linguaggio che usa, quasi anticipando i tempi, realizza una sceneggiatura cinematografica…. Tante scene che si susseguono in dissolvenza, che avvengono in contemporanea (la chiave di lettura che ha reso “rappresentabile” nel 1990 a Torino Gli ultimi giorni dell’umanità… artefice il genio di Luca Ronconi) nei teatri di guerra, nelle trincee, nelle redazioni dei giornali e nelle tipografie, ma anche nei bar, nei teatri, nei salotti, nei capannelli per le strade… perché la guerra non è solo quella che si combatte con le armi, lo sappiamo – e lo sappiamo drammaticamente, in questo tempo di terza guerra mondiale a pezzi, dall’Ucraina al Medioriente, guerra che si combatte sul campo e nei palazzi del potere in una quotidianità dove ciascuno potrebbe essere mediatore per una pace che sembra non intravedersi.

Torniamo a Kraus. Torniamo ai suoi Die letzten Tage der Menschheit. Irrappresentabili – come forse irrappresentabile per la sua complessità è la Prima Guerra mondiale… in realtà lo sono tutte le guerre, lo sono tutti i fenomeni umani. Eppure… andati in scena nel 1990 al Lingotto di Torino – Luca Ronconi ricostruì nella Sala Presse dello stabilimento Fiat ormai dismesso la Vienna di Kraus, le trincee, gli ospedali da campo… azioni in contemporanea, attori che volavano sulle teste del pubblico in movimento tra i set di guerra… vertigine insuperata. Diventati ora, anno 2025 (e in tema di ricorrenze eccoci a un quarto di secolo e al primo quarto di millennio), un’opera lirica. Die letzten Tage der Menschheit (il titolo originario resta, siamo in Germania), commissione al compositore francese Philippe Manoury dell’Oper Köln – lunga la tradizione di nuova musica per Colonia, qui, nel 1965, ha debuttato Die Soldaten di Bernd Alois Zimmermann. Kolossal in musica (l’opera dura oltre tre ore) che avrebbe dovuto essere la (trionfale) chiusura del mandato come generalmusikdirektor della Città di Colonia di François-Xavier Roth. Rapporto, però, interrotto di punto in bianco un anno fa dopo le accuse di molestie rivolte al musicista francese e rilanciate da diverse testate giornalistiche. Progetto confermato anche senza Roth, con la bacchetta passata a Peter Rundel. Progetto che, però, ha visto un’altra defezione in corso d’opera, quella del Festival di Aix en Provecne di Pierre Audi (tra l’altro scomparso di recente) che si è sfilato dalla coproduzione.

Tutto, dunque, portato avanti dall’Oper Köln. Che ha fatto diventare teatro di questi Ultimi giorni dell’umanità la Saal1 dello Staatenhaus, il complesso fieristico che ospita gli spettacoli mentre il teatro di Offenbachplatz è in restauro – i lavori dovrebbero essere in dirittura d’arrivo, padiglioni fieristici come palcoscenico ancora per la prossima stagione, poi si dovrebbe tornare a due passi dal Duomo. Scena enorme, visione in cinemascope. Impianto che sconfina anche nelle quinte con l’azione – e poi anche la musica, seconda parte con orchestrali dietro il pubblico per un effetto stereofonico suggestivo – che va oltre il boccascena. Orchestra, la Gürzenich-Orchester Köln, schierata al centro della scena, su tre pedane ad abbracciare l’azione, organico enorme che poi, nella seconda parte, si frantuma e si sparge per la sala (altre pedane, soprelevate, alle spalle del pubblico). Tutto parte dalla musica, quella di Philippe Manoury, prima “tradizionale”, oltre le avanguardie, teatrale, il passo narrativo…. Frammentato come lo sono le scene della tragedia di Kraus. E poi, nella seconda parte – più visionaria, più profetica con al centro l’Angelus Novus – elettronica, la “specialità” del compositore francese che ha preparato i materiali, campionando voci e suoni per i suoi Die letzten Tage der Menschheit all’Ircam di Parigi.

Libretto da Karl Kraus di Patrick Hahn, dello stesso Philippe Manoury e di Nicolas Stemann, il regista di Die letzten Tage der Menschheit. Libretto che, inevitabilmente, opera una scelta tra le scene dello sterminato copione di Kraus. Lo ripercorre nei suoi tratti salienti, nelle icone che lo hanno reso famoso… l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando, l’eco della notizia per le strade e nei caffè e nei salotti di Vienna, le dispute tra l’Ottimista e il Criticone, i bambini che giocano nel giardino della loro villa…. e soprattutto (scena che non a caso occupa una buona parte della partitura di Manoury) i reportage della giornalista, dell’inviata di guerra, la Schalek che si aggira tra i soldati, nelle trincee, con microfono e registratore…. «lei è un combattente e io voglio conoscere le sue sensazioni» chiede al Sottotenente e non ha paura di raccogliere anche l’ultima parola di un moribondo. Sciacallaggio che è lo stesso ieri e oggi. E così lo spettacolo di Nicolas Stemann diventa una sorta di cinegiornale in presa diretta, un docufilm realizzato in questo grande studio tv dove tutti siamo dentro – le scene di Katrin Nottrodt sono un intreccio di impalcature di metallo, americane con luci e fili elettrici a vista, scale, praticabili che si montano e smontano a vista… impressionante la macchina/ponte che avanza nel secondo atto… Cinegiornale, docufilm… o forse varietà del sabato sera, perché i due presentatori, un lui e una lei, Sebastian Blomber e Patrycia Ziolkowska (bravissima), sono in un impeccabile smoking… e ci buttano in faccia, al centro della scena, in carne ed ossa, ma anche virtualmente, collegati da lato palco in un onnipresente video (regia – in realtà piuttosto sempliciotta e basic – in presa diretta di Claudia Lehmann e Konrad Hemple) tutti i documenti per rimettere insieme il complesso puzzle della Grande Guerra.

Collage di voci come lo vuole Karl Kraus. Le più diverse, le più disparate, da quelle del popolo sino a quelle degli imperatori Francesco Giuseppe e Guglielmo II. Assaggi, mordi e fuggi, frammenti… di una Storia che ciascuno deve provare a  rimettere insieme…. seguendo quella mappa disegnata in testa dalle reminiscenze degli studi di un tempo. Storia, avvenimenti che Kraus racconta con una feroce ironia, un cinismo misto a sarcasmo che diventano la (sola? forse…) cifra con la quale è possibile raccontare (ieri come oggi) una tragedia come quella della Prima Guerra Mondiale. Manoury, però, sembra non scegliere la stessa strada, lo stesso registro di Kraus. Anzi. C’è una gravità, una solennità nella sua musica che a volte, specie nella prima parte, zavorra il racconto e il passo teatrale… musica, intendiamoci, che si ascolta senza particolari osticità, frutto di un mestiere solido e consolidato – e a tratti anche datato, certo, perché Manoury, classe 1952, si colloca sulla linea che unisce Pierre Boulez e Kalheinz Stockhausen. Sunto e riassunto, questi Die letzten Tage der Menschheit, della parabola artistica di Manoury.

Partitura di dimensioni sterminate che Peter Rundel dal podio, collocato esattamente al centro della scena, dirige con mano salda, tenendo insieme la molteplicità di voci e di suoni che Nicolas Stemann dissemina per la sala. Efficace, il gesto di Rundel, nella lunga prima parte, in perfetto sincro con i materiali registrati nella seconda. Dove Manoury non rinuncia alla musica elettronica. Che domina, appunto, la seconda parte degli Ultimi giorni dell’umanità. Visionaria, apocalittica nel far intravedere gli innumerevoli link – intellettuali, artistici, politici… – tra la guerra di ieri e  le tante, troppe guerre di oggi. Tecnologiche. Chirurgiche (salvo poi durare anni). Ma sempre portatrici di morte. Di cadaveri. Che sono quelli tra i quali si aggira l’Angelus Novus, una ritrovata Anne Sofie von Otter, voce dallo smalto sempre riconoscibile, seppur nelle screziature del tempo (settanta gli anni compiuti dal mezzosoprano di Stoccolma qualche settimana prima della prima), carisma scenico trasformato… inquieto e ieratico.

Unica interprete, la Von Otter, a vestire i panni di un solo personaggio, l’Angelus Novus che annuncia l’Apocalisse e stende il suo sguardo pietoso, innalzando il suo lamento, sulle vittime di tutte le guerre. Perché tutti gli artisti in locandina (vestiti alla moda del tempo, che si contamina di mode di oggi, da Tina Kloempken) si sdoppiano, si moltiplicano per dare vita, in uno spettacolo corale (a proposito anche il Chor der Oper Köln di Rustam Samedov fa la sua parte), a molti tra le centinaia di personaggi che Kraus ha catturato e messo sulla carta – e Manoury in musica. Tutti in parte, tutti efficaci nel passare da un personaggio all’altro… i cantanti dell’ensemble dell’Oper Köln, Johanna Thomsen, Emily Hindrichs, Miljenko Turk, John Heuzenreuder, Lucas Singer, Dmitry Ivanchey, Armando Elizondo… e poi (chi sulle montagne russe deglia cuti, chi nei registri più profondi) Tamara Bonazou, Constanze Rottler, Sigme Ciftci, Christina Daletska, Barbara Ochs.

In bilico tra tragedia e operetta, che a volte hanno lo stesso sapore, nello spettacolo multimediale e visionario di Nicolas Stemann – drammaturgia di Stephan Steinmetz insieme a Patrick Hahn. Vortice di immagini. Frullatore postmoderno – siamo in questa epoca d’altra parte, dove tutto dura il tempo del consumo. Dove tutto, anche il racconto della Grande Guerra, può avere il respiro – forse Kraus, se avesse catturato oggi la Storia lo avrebbe fatto tra Instagram e TikTok – e la vita breve, brevissima (nonostante i like) di un post sui social.

Nelle foto @Sandra Then Die Letzten Tage der Menschheit all’Oper Köln