I due Foscari e la politica del Papeete

Diario Verdiano. 1

Il Festival Verdi di Parma si apre con l’opera ispirata a Byron nella quale c’è una riflessione (più che mai attuale) sul potere Il regista Muscato fa del doge un alter ego del compositore

Non c’è dubbio che l’uomo che si guarda in quella striscia di specchio che incombe sul palcoscenico è Francesco Foscari. Vivo ancora per poco, perché, alla fine, l’immagine riflessa sarà quella di lui a terra, morto. Che è il doge Foscari ce lo ha raccontato, sino a lì, la storia. Ora si guarda e si chiede, sicuramente: perché? Perché di tanto dolore. Di tanta crudeltà. Perché un uomo possa affondare così il coltello nella carne viva (che è poi l’anima) di un altro uomo senza battere ciglio. Gli hanno ucciso due figli, uno lo hanno mandato in esilio e, partendo, non ha retto, morto anche lui. Storia senza tempo, che potrebbe accadere (sicuramente accade ancora) in qualsiasi luogo. E Francesco Foscari, davanti a quello specchio, si chiede perché. Ma si chiede anche chi è quel relitto di uomo che vede riflesso, sghembo e in bilico come la lastra di vetro, sul ciglio del baratro, travolto dalla vertigine della vita. Certo, è lui, piegato (e piagato) dal dolore. Ma, non c’è dubbio, è anche Giuseppe Verdi. I capelli bianchissimi e ondulati, la redingote nera che appare una volta tolta la toga di doge ci consegnano un ritratto vivo – in 3D diremmo – del compositore. La cui musica scorre mesta e dolente in orchestra.

I due Foscari che al Teatro Regio ha inaugurato l’edizione 2019 del Festival Verdi di Parma ci mette davanti ad un gioco di specchi. Ci butta in faccia un ritratto – quello del doge veneziano, quello di Verdi, forse il nostro? – per raccontarci il potere, per sollecitarci, sembra dire il regista Leo Muscato, a uno scatto di dignità, a un sussulto della mente che impone all’uomo di ritrovare la propria coscienza civica. Lo fa senza proclami da manifestazione di piazza. Ma con la musica, quella di Giuseppe Verdi che nei suoi drammi ha messo il suo impegno civile, ha detto la sua sul potere e su come esercitarlo. Lo ha fatto, con l’irruenza della gioventù nei melodrammi dei cosiddetti anni di galera, con uno sguardo più meditativo e interiorizzato nei grandi affreschi politici della maturità. Verdi che si è specchiato in quelle storie, in quelle note. E che, ancora oggi, ci trascina con lui davanti a quello specchio. Per farci guardare dentro. Anzi, si fa lui stesso – dal palco, nel trucco di Vladimir Stoyanov che impersona un Francesco Foscari tanto simile a Giuseppe Verdi – specchio nel quale ci chiede di rifletterci. Per provare, attraverso l’arte, a capire qualcosa della vita. A dire una parola – sensata e, una volta tanto, non urlata come accade nei talk politici che passano sul piccolo schermo – sul nostro mondo.

Verdi nei Foscari (il libretto di Francesco Maria Piave si ispira a Lord Byron) racconta la rettitudine dell’uomo di potere, che non guarda in faccia nemmeno al figlio (mette da parte a fatica i sentimenti a costo di sembrare spietato e quando scopre che il figlio condannato è innocente e vittima di una congiura gli crolla il “suo” mondo addosso) per restare fedele alla giustizia che è chiamato ad esercitare. La contrappone (ecco la riflessione sul nostro mondo, che non può non suggerirti la storia) alle facili scorciatoie per fare della cosa pubblica il proprio palcoscenico e il proprio strumento di sopraffazione. Come dire, cronaca di un’estate appena trascorsa. Muscato, però, non si spinge fino a qui. Non porta il potere raccontato in musica nei Foscari al Papeete o nello studio di Porta a porta. Si ferma all’Ottocento in cui Verdi scrive il suo melodramma. Lo vuole elegantemente sobrio nei costumi di Silvia Aymonino. Ma anche, nelle scene di Andrea Belli, stilizzato e quasi astratto: una pedana inclinata, una parete che l’abbraccia e che, alzandosi e abbassandosi, evoca gli ambienti di una vicenda che si consuma in un giorno. Veloce e quasi inafferrabile nel precipitare degli eventi e nell’incalzare delle note (bellissime le melodie, alcune da togliere il fiato, impregnate di belcanto, ma anche dello scavo che Verdi fa attraverso i segni sul pentagramma) tanto che l’unico intervallo un po’ spezza il ritmo di questa orazione civile in musica.

Musica che a Muscato ha suggerito il Risorgimento. Per dire, forse, che ancora oggi c’è bisogno di ripartire. Liberandosi da un nemico che non è l’invasore ma che, paradossalmente, è molto più difficile da sconfiggere, l’altro dal volto in ombra – quello del male – che si nasconde nelle pieghe della nostra anima. Perché il dramma che va in scena è sì quello del potere, ma anche quello di uomini che non sanno fare pace con se stessi, con i propri fantasmi (la vendetta che Loredano gode nel drammatico finale non ha il sapore di un trionfo, ma di una sconfitta destinata a lasciare l’amaro in bocca). Che non sanno – anzi, non riescono –a guardarsi allo specchio, perché non reggerebbero il contraccolpo di scoprirsi fragili, eppure umanissimi. Rischio dal quale Muscato con Verdi ci mette in guardia. La musica è quella raffinatamente “garibaldina” del primo Verdi, arie appassionate, cabalette eroiche, cori incalzanti che prefigurano (ma in qualche modo sono già compiutamente maturi) i capolavori che verranno.

Paolo Arrivabeni dal podio asseconda la partitura, la fa pienamente ottocentesca, ricca e sontuosa nel suono che la Filarmonica Toscanini restituisce morbido. Redingote nera e toghe rosse per il Consiglio dei dieci veneziano affidato al coro preparato con cura da Martino Faggiani. Acconciature e barbe che richimano, anche qui, il Verdi dei ritratti storici e lo moltiplicano facendolo assomigliar a Giuseppe Mazzini.

Il Verdi autobiografico che si racconta in Francesco Foscari è un convincente Vladimir Stoyanov, voce dal bellissimo colore, intenzioni sempre a fuoco sui sentimenti, canto sulla parola che arriva chiara e distinta a raccontare il dramma del doge. Misuratissimo in ogni accento, Stoyanov divide il palco con Stefan Pop e Maria Katzarava, tenore e soprano, Jacopo Foscari e Lucrezia Contarini personaggi che Verdi racconta con una scrittura virtuosistica e allo stesso tempo eroica, impegnativa e complessa da reggere e da rendere in modo convincente. Pop offre il suo squillo generoso a Jacopo Foscari, risolvendo con intelligenza musicale i passaggi più impervi. Maria Katzarava lotta con la scrittura verdiana e alla fine, pur con qualche fatica (la pronuncia spesso risulta ostica, alcuni centri risultano troppo parlati e l’acuto a volte viene lanciato a tutto volume), ne viene a capo superando indenne (alla prima) la prova del loggione. Jacopo Loredano è un non sempre ineccepibile Giacomo Prestia. L’anima nera della storia che sarebbe troppo facile liquidare come il cattivo di turno. Loredano muove le trame della storia, ma quando assapora la sua vendetta con un mesto «Pagato ora sono» distoglie lo sguardo dal doge morto e lo punta sul pubblico. Inquietante. Per far specchiare dentro – quasi un gesto catartico – noi che stiamo in platea.

Nelle foto @Roberto Ricci I due Foscari al Regio di Parma